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Il Premio
"Premio per la fiaba e il racconto"
Storie e fiabe di lago e di acqua
Sezione "Fiaba"
da 6 a 10 anni, individuale o in gruppo
Primo classificato
La maledizione dello smeraldo
Motivazione: "Racconto polifonico, ben sviluppato su diversi registri stilistici, ricco di immagini forti. Il tutto ottimamente tradotto in un lessico controllato, ma consono, proprio in virtù della varietà stilistica succitata, all'età dei giovani autori."
Scuola Primaria, Classe 3° - Valsolda (CO)
Docente: Annarita Pozzi
Autori: Alunni , lavoro di gruppo: Marina Barelli, Sara Blankej, Lucrezia Canzi, Giada Colocci, Alessandro Curti, Fabio Del Fante, Marco Donegana, Noemi Ferrara, Francesca Granata, Iacopo Lamberti, Elisabetta Montobbio, Sara Peverelli, Alex Pizzagalli, Scharon Previtali, Sabrina Ricottone, Marta Sala, Noemi Stanzani, William Tamburrino, Blu Turcati, Altea Zinetti.
C'era una volta una piccola valle posta sulle rive di un laghetto alpino. I suoi paesi erano pittoreschi e antichi. Uno di essi era situato sulla riva opposta del lago e poteva essere raggiunto solo in barca. La valle era governata da un Sindaco maniaco della precisione, il quale aveva recentemente sentito parlare di un'archeologa, appassionata di botanica e geologia che aveva scoperto il fossile di un rettile preistorico: il lagosauros, che un tempo popolava quei luoghi. La ragazza lavorava all'università di una città vicina. Subito le inviò la seguente missiva: "Gentilissima signorina Margherita De Santis, avrei una proposta interessante da farLe. Vorrei che conducesse per me uno studio approfondito in una zona del mio Comune che sembra essere ricca di reperti antichi. E' situata sulla sponda non abitata del lago ed è un territorio impervio e solitario. Se accetterà, oltre ad un compenso, Le sarà conferita la Cittadinanza Onoraria della nostra Valle."Margherita accolse prontamente l'offerta. che le offriva la possibilità di fare un'esperienza nuova e stimolante. Preparò la sua attrezzatura e partì, ignorando che sarebbe andata incontro ad un mucchio d'imprevisti e di guai. Arrivata a destinazione, scelse come abitazione una piccola torretta, a picco sull'acqua. Il punto era incantevole: lo sciabordio delle onde faceva da sottofondo musicale e il panorama toglieva il respiro. L'unica nota negativa era il cellulare senza campo e la presenza di strani uccellacci neri che talvolta, col loro guano, " profumavano l'aria" in modo poco piacevole. Margherita cominciò ad esplorare il territorio, trovando subito una gran quantità di materiale. Qualche giorno dopo il suo arrivo, mentre stava costeggiando un gruppo di canne, la sua attenzione fu attratta da uno strano luccichio. Seguì il bagliore e s'inoltrò nel canneto. Sbucò in una piccola radura che terminava sotto una sporgenza rocciosa coperta di rovi. Tra le spine s'intravedeva ancora un lieve scintillio e Margherita, facendosi coraggio, entrò nel cespuglio. Intravide una piccola fessura nella roccia e, grazie al suo fisico minuto, riuscì ad infilarsi. La ragazza si trovò in un'ampia grotta illuminata da tanti cristalli e la luce più intensa proveniva da una pietra verde collocata tra una stalattite e una stalagmite proprio in fondo alla caverna. Uno smeraldo? La ragazza pensò di aver fatto un'eccezionale scoperta. Si diresse verso la pietra e l'afferrò. Subito il minerale cominciò a pulsare, mentre la luce si fece accecante. Margherita percepì un vento gelido che l'avvolgeva e una voce roca che le rimbombava nella testa: " Io sono lo Spirito della Montagna e non amo essere disturbato, per punizione rimarrai imprigionata in questo luogo per sempre e sarai custodita da ciò che hai risvegliato con me" . Nella grotta calò il buio e dal fondo si sentì un bramito minaccioso. Margherita intravide la figura di un grosso animale che avanzava barcollando… un ursus speleus??! Allibita e terrorizzata la ragazza fuggì via. Arrivò sulla riva del lago, ma raggiungere la barca era impossibile: sulla spiaggia e nell'acqua si vedevano enormi lucertoloni, lunghi dai due ai quattro metri...ma i lagosauri non erano estinti? Margherita corse a perdifiato verso la sua torretta, mentre nell'aria ronzavano giganteschi insetti. Stranamente l'odore nauseabondo che avvolgeva la sua casa teneva lontani tutti quegl' animali che lo Spirito aveva destato. Margherita si sdraiò sfinita sul suo sacco a pelo chiedendosi quanto tempo le restava prima di diventare il pasto di quelle affascinanti, ma terribili creature. Improvvisamente percepì qualcosa di duro nella tasca. Si ricordò della pietra che aveva preso dalla caverna e la osservò attentamente. Ruotandola si poteva leggere la seguente frase:
" Se da morte certa mi salverai con un gesto buono, uccello diverrai e avrai il perdono" Margherita salì sul tetto della torre sperando che un po' d'aria fresca l'avrebbe aiutata a riflettere su quel enigma. Mentre si stava sedendo sul parapetto, vide tra i sassi del muro tanti minuscoli fiori variopinti che stavano appassendo. Calò un secchio nel lago, prese dell'acqua e li bagnò. Subito sentì una voce dolce che l'avvolgeva sussurrandole: "Io Spirito del Lago, farò svanire la maledizione, ma ciò che hai preso deve tornare al suo padrone". Trasformata dallo Spirito in un velocissimo falco Margherita volò nella grotta tenendo ben stretto nel becco lo smeraldo, lo rimise tra i due spuntoni calcarei e pensò a come nasconderlo per sempre. Notò nella volta della grotta una roccia un po' sconnessa, la tirò e quella si sgretolò portando con sé una piccola frana che seppellì la pietra magica. Quando la polvere si dissolse Margherita era di nuovo una normalissima archeologa intenta ad ammirare luccicanti cristalli. La scoperta di una caverna così spettacolare rese ricca e ancor più famosa Margherita che utilizzò parte del proprio guadagno per ampliare la sua torre e creare il più importante Museo di fossili della regione. Margherita visse felice e contenta, come Cittadina Onoraria di una ridente valle, in un minuscolo paese, posto sulle rive di un piccolo lago.
Secondo classificato
La collana e l'acqua che rendeva invisibili
Scuola Primaria Statale A.Gramsci, 2° C - Noicattaro (BA)
Docente: Carmela Santamaria
Autore: Alunna Francesca Conversa
Terzo classificato
Lele e l'aquilone con la voglia di mare
Direzione Didattica Statale 4° Circolo, 4° C - Lecce
Insegnante: Antonia Martina
Autori: Alunni Laura Bartolotti, Gabriele Calabrese, Matteo Carrozzo, Ismaele Chiefa, Sofia Dell'Anna,
Lorenzo Flavio Estrafallaces, Cristina Fersini, Adele Flaminio Giordana, Ilaria Frigelli, Chiara Giordano,
Marta Juras, Faravi Kabir, Eleonora Nuzzoli, Davide Pariti, Davide Ramundo, Giulia Rizzo Indiana,
Giacomo Rollo, Riccardo Russo, Alessandro Saponaro, Samuele Scardino, Tomas Tao.
Lele è un bambino allegro. Abita in un paese circondato dalla campagna e poco lontano dal mare.
Lele è soprattutto un bambino fortunato, perché ha una mamma e un papà che gli vogliono bene.
Spesso Lele guarda a bocca aperta il cielo, immaginando di volare tra le nuvole e fantasticando su quanto possa essere bello guardare le cose dall'alto.
Un giorno chiede al suo papà di costruire un aquilone.
Presto detto, i due si mettono a lavoro e……taglia, attacca e colora, riescono a costruire un bellissimo aquilone, un aquilone-gabbiano.
Ecco finalmente, una giornata di vento e Lele prova a far volare il suo aquilone-gabbiano. E' bravissimo. L'aquilone vola sempre più in alto.
Un giorno, rimanendo più a lungo col naso in aria a guardare il suo aquilone, gli pare di sentire una voce: "Lele, ho voglia di volare verso il mare! Lele, ho voglia di guardare il mare e di sentire sulle ali i mille spruzzi delle onde!"
Lele, confuso, rimane in silenzio, non crede che il suo aquilone-gabbiano possa parlare. Anzi, preoccupato, ritira il lungo filo e corre subito a casa.
"Com'è possibile che parli?- ripete fra sé - "e come può desiderare di andare così lontano e….sul mare, poi!?!"
Per un po' di giorni, Lele lascia il suo aquilone-gabbiano in camera; ogni tanto lo guarda, ma non osa portarlo fuori.
La primavera è alle porte col sole che brilla e le nuvole che si ricorrono nel cielo. Lele, al ritorno da scuola, prende il suo aquilone-gabbiano e corre nel prato.
Eccolo lì, sempre più in alto, sempre più piccolo e Lele con lui, col vento in faccia, gli occhi belli che cambiano al sole e guardano il mondo pieno di colori.
E' bellissimo…..rimane sospeso sulla punta dei piedi, ma è come se volasse a cavallo del suo amico, lassù, più in alto, più in alto ancora.
E ancora: "Lele, lasciami andare, voglio guardare il mare!!!!"
Lele, allora, grida a squarciagola: "Come puoi lasciarmi? Perché non pensi che vorrei volare, libero, insieme a te, in alto? Io mi accontento di guardarti. Sono diventato bravo, riesco a farti volare sempre meglio….non sei felice così?"
"Lele, io non sarò felice, finchè non taglierai il filo che mi tiene legato a te; voglio volare sul mare, libero!".
Lele piange disperato, perché non vuole perdere il suo migliore amico, ma poi pensa che aquilone-gabbiano non è felice come lui e vuole aiutarlo a realizzare il suo desiderio.
Lele giunge al mare col suo papà, come ogni domenica e corre sulla spiaggia. Finalmente……il mare!
Lele sa che è venuto il momento di salutare il suo amico.
Aquilone-gabbiano è in alto, felice come non mai.
La brezza lo culla dolcemente e, volteggiando, rincorre le onde, bacia la spuma, mentre il sole gli sorride. L'odore del mare gli fa girare la testa, fa mulinello e accarezza le nuvole.
Ancora giù, a cercare gli occhi belli di Lele, che lo guarda per l'ultima volta.
- "Ciao, amico mio, non dimenticarmi".
- "Ciao, Lele, grazie per avermi dato la libertà: è così bello il mare!"
Lele apre la mano……..e aquilone-gabbiano si allontana leggero inseguito da un'onda altissima che sta per investirlo.
Lele ha paura. Ma ecco la Fata delle onde….. con la sua mano di spuma sfiora l'aquilone che, oh, meraviglia, si trasforma in un bellissimo gabbiano che si risolleva tranquillamente nel cielo.
Il suo grande amore per il mare era stato ricambiato e ora, nessuno li avrebbe più separati.
Sezione "Racconto"
da 11 anni, individuale
Primo classificato
Una goccia di acqua salata
Motivazione: Lavoro estremamente personale, giocato su piani temporali e visivi progressivi, condotto con un senso di asciutta verità biografica e conclusa con un tocco di sorpresa drammaturgica e un tempo di preziosità letteraria.
Scuola Media Statale "G. Nosengo", 1^ B - Gravina di Catania
Insegnante: Prof. Emilia Ferrante
Autore: Irene La Bianca
Ricordo bene quel giorno, tutto iniziò così: io litigai con la mia migliore amica a scuola per una stupida questione e, tornata a casa, riconobbi di essere in torto, quindi la chiamai al telefono, ma lei non voleva assolutamente parlarmi. Triste ed addolorata, corsi subito nel mio posto preferito: una spiaggetta isolata lontana dai rumori della città. In quei giorni soffiava forte il vento, il mare era agitato, l'acqua era verdastra, per niente invitante, ma io ero decisa ugualmente a fare un bagno per sfogare la rabbia. Mi tuffai in mare. Nuotai, nuotai e nuotai, infine arrivai veramente lontano e le mie braccia non avevano più forza, ero veramente stanca. Decisi di aspettare per far passare la notte, mi misi nella posizione di stellina e mi riposai per rilassarmi. Improvvisamente mi sentii toccare la schiena e di soprassalto mi girai, vidi una pinna, e un'altra, e poi tante altre ancora. Ero ormai rassegnata all'idea della morte. Ma, nonostante tutto, cercai aiuto gridando con tutte le mie forze. Nessuno mi sentì, nessuno mi venne in aiuto e intanto il cerchio minaccioso di quelle pinne nere si faceva sempre più stretto.
Ad un tratto sentii un rumore assordante, ma non riuscivo a capire da dove venisse. Improvvisamente mi svegliai: quel rumore era proprio la mia sveglia. Così compresi che era tutto un sogno, ma …lungo la mia fronte correva una goccia di acqua salata.
Secondo classificato
Il ponte del diavolo di Lezzeno
Scuola Secondaria I Grado "G.Leopardi", 1° A - Como
Prof.Maria Elisa Massa, lettere; Prof. Raffaella Riva, tecnologia
Autore: Marta Boccalari
Erano un gruppo di amici molto ben assortito. C'era Antonio che era fortissimo in matematica, sapeva risolvere le equazioni più intricate; Francesco riparava di tutto il motorino o il frullatore per lui non avevano segreti, li aggiustava e ripartivano in pochi minuti; Cesare era un gran lavoratore, nessuna fatica sembrava abbatterlo e affrontava il lavoro più duro sempre con allegria; Carlo, poi, affascinava chiunque con la sua parlantina, le persone sarebbero state ore ad ascoltare le sue storie intriganti ed era anche un esperto d'indovinelli con cui faceva impazzire i suoi amici. Si vedevano spesso per giocare assieme, andare al cinema o anche studiare assieme perché ognuno sapeva aiutare l'altro nel modo migliore. Da un po' di tempo, però, erano indaffarati nella sistemazione di un ponte malridotto dal tempo e da dove si pescava molto bene. Si trovava a Lezzeno, un paese vicino a dove abitavano loro. Fu proprio mentre erano indaffarati sul ponte che Carlo se ne uscì con quel suo indovinello che fece impazzire gli altri."Senza penne un uccellino che dà il latte al suo piccino" e aggiunse, in tono di sfida, "Vediamo chi riesce a capire cos'è!". La gallina?, l'aquila?, l'aquilone?...... non si riusciva a trovare la risposta. Carlo poi non dava nessun aiuto, addirittura si allontanò per andare a pescare su una roccia, lontano dal ponte. Gli altri rimasero a scervellarsi sulla risposta. Questa volta avrebbero voluto arrivare alla soluzione per stupire il loro amico. Ma la soluzione non arrivava. Fu allora che Francesco esclamò "Cavolo, darei qualsiasi cosa al diavolo per avere la risposta!". Subito l'aria cambiò, le nuvole oscurarono il bel sole, anche l'acqua del fiume si fece agitata. Comparve un uomo avvolto da un mantello scuro con la faccia cattiva e lo sguardo duro. Quando arrivò anche gli uccellini smisero di cantare. "Io posso darvi la risposta, ma voi siete sicuri di riuscire a pagarne il prezzo?". Gli amici si guardarono l'un l'altro. Impauriti. "Dovete darmi la cosa più grande che c'è per avere la soluzione". I tre compagni si guardarono e si scambiarono sottovoce alcune parole."Accettiamo", disse Cesare "Se ci dai la risposta ti daremo la cosa più grande che c'è". Allora quell'uomo misterioso li riunì e rivelò loro la risposta. "E adesso pagatemi, voglio le vostre anime" disse minaccioso. Fu Antonio che prese la parola e rispose così a quell'essere inquietante " Ti daremo la cosa più grande che c'è come promesso, ma nessuno di noi ha parlato di regalarti l'anima. In cambio della soluzione ti prenderai il ponte che è la cosa più grande che c'è qui intorno e di quello ti accontenterai". L'uomo masticò amaro ma dovette ammettere che quei ragazzini lo avevano preso in giro per bene. E poi in fondo, adesso possedeva un ponte, "Il ponte del Diavolo", non male no? Se ne andò, misteriosamente, così come era arrivato. Quando Carlo tornò, vide i suoi amici che ridacchiavano fra loro, contenti. "Beh, allora avete la risposta almeno questa volta?". Diedero la risposta in coro, tutti insieme. Carlo rimase di sasso, questa volta ce l'avevano fatta! Come avevano fatto? Dovevano aver fatto sicuramente un patto col diavolo!! E voi avete scoperto la risposta?
Terzo classificato
Il mostro
Istituto Orsoline di San Carlo-Dedalo, 3° B - Como
Insegnante: Prof. Daniela Fontanella
Autore: Federico Tettamanti
La pioggia cadeva fitta sui tetti, sulle strade deserte, scuotendo le frasche degli alberi.
Gli scrosci continui scendevano a frotte dalle grondaie affollando i vialetti, gettandosi nel lago e impregnando l'aria di un suono liquido e secco allo stesso tempo.
La superficie del lago era gonfia, gonfia d'acqua e di odio, di paura e di mistero. Non era liscia come tutte le superfici dell'acqua: i minuscoli aghi trasparenti che cadevano dal cielo la rendevano come ruvida, piena di miliardi di forellini che in un istante si richiudevano su se stessi, subito sostituiti da altri, che imitavano i primi, e poi i secondi e i terzi, in un ciclo continuo, a miliardi.
Era ruvida. Pungente come tutte le gocce che cadevano e cadevano, pronta a respingere tutto ciò che avesse provato a toccarla. Era tesa. Tesa e mossa allo stesso tempo, e aspettava qualcosa.
Un'arcana grandezza attendeva nelle oscure profondità del lago, che nessuno aveva mai avuto l'ardire di esplorare. Attendeva, gonfia di rabbia, e sarebbe ritornata a turbare la pace del nostro piccolo mondo tranquillo. Un'altra volta.
Le persiane delle case erano tutte sprangate, come gli abbaini e le porte. Ma la pioggia che vi batteva contro le rendeva più lucide. "Lucide come l'anima vulnerabile di chi si rinchiude nella propria paura. È come se ci si potesse guardare dentro" - pensai.
Il fascio di luce bianco del faro passò ad illuminare l'acqua. Dentro quel cono luminoso le gocce sembravano brillare come argento, ma, appena arrivavano nel lago, tornavano più scure che mai. Stava per accadere qualcosa, ne ero certo, ma loro, rinchiusi nelle loro case come topi in trappola, non potevano saperlo.
Alla luce di un fulmine, che squarciò il cielo da cima a fondo, mi venne alle labbra un sogghigno: "Peggio per voi - pensai - io vi ho avvertito. Ma voi, chiusi nella vostra intelligenza e nella vostra animaccia nera, non potete dar retta ad un vecchio pazzo, bloccato su una sedia a rotelle. Neanche se una volta lo reputavate il miglior costruttore di barche di tutta la provincia. Quando c'era qualche falla da riparare, la portavate sempre da me. E mi stimavate".
Tanti di voi erano miei amici. Quando passavo, mi salutavano toccandosi la tesa del cappello e, se non lo facevano loro, li salutavo io. "Buongiorno", "Buonasera", "Come sta?"… Mi salutavate tutti, mi rispettavate, come io rispettavo voi. Parlavamo del più e del meno, legati da una profonda stima.
Ma, da quella mattina, mi avete sempre trattato come un cane, come un poveraccio. Mi salutavate ancora, sì, ma con un largo sorriso da ruffiani stampato sulla faccia; e, quando mi giravo, vi sentivo ghignare e sparlare alle mie spalle.
Ma quel che è peggio è che non mi avete mai creduto! Quando vedevo che neppure i bambini ascoltavano quello che raccontavo loro, mi venivano le lacrime agli occhi. Erano i vostri figli, e voi li avevate convinti a non credermi. Peggio per voi!
Ma io non ho mai ceduto alle lacrime: sapevo che, prima di lasciare questo mondo, avrei potuto dimostrarvi che le mie non erano frottole o immaginazioni, e adesso state per averne la prova. Lui sta tornando!".
Nella tempesta dei miei pensieri non c'era confusione. I ricordi si facevano più delineati, nitidi.
Potevo vederlo come se fosse stato ieri. Era la morbida nebbia che mi separava dai ricordi del passato.
* * *
Il cielo era sereno, quella sera. Le stelle si vedevano tutte e la luna, coronata da scure nuvolette di zucchero filato, era luminosa quanto la luce del faro, che, di tanto in tanto, con il suo monotono ma sempre diverso movimento, illuminava la mia barchetta.
Remavo piano, intento a godermi quella splendida nottata, e l'aria tiepida mi scarruffava i capelli, portando con sé un magnifico odore di fiori che proveniva dalla riva.
Leggermente nascoste nella sottile foschia del lago, potevo vedere le luci delle barche dei pescatori.
Sulla sponda destra del lago potevo già scorgere le luci del mio paesello, e, probabilmente, affacciata ad una finestra c'era mia moglie che mi aspettava.
Quella era stata una lunga giornata di lavoro: ero dovuto andare in un paese sull'altra riva del lago, per recuperare alcuni pezzi di ricambio che mi servivano per riparare un piccolo motoscafo.
Ero stato trattenuto da un contrattempo ed ero stato costretto a tornare a tarda sera, ma poi mi ero reso conto che era stata una fortuna: quella stupenda nottata, ricca di pace e di silenzio, ripagava ampiamente tutte le fatiche della giornata.
L'acqua sciabordava placidamente sotto il mio piccolo scafo, increspando leggermente la superficie del lago dietro di me, liscia come l'olio.
Mi vennero in mente, d'improvviso, tutte le storie che mi raccontava mio padre, pescatore, sulle leggende del lago. Quando ero piccolo non potevo avvicinarmi all'acqua profonda dove mio padre ormeggiava la barca, così lui mi raccontava che, se fossi caduto dentro, sarebbe venuto il mostro del lago a mangiarmi.
Guardai l'acqua liscia intorno a me. Rifletteva tutte le luci ed emanava un senso di sicurezza. "Storie da bambini - pensai - com'è possibile che in un luogo bello come questo si nasconda un mostro?" Continuai a remare, tranquillo. Pochi minuti dopo, però, si levò del vento e l'acqua si increspò tutta, formando ondine che venivano a sbattere sulla prua della barca. Il vento aumentò. Anche le onde divennero più grosse e gli schizzi mi colpirono la faccia e la camicia. Mi sembrò di vedere affiorare qualcosa di scuro, alla mia sinistra, che però scomparve subito dietro le onde sempre più alte. Un pesce, probabilmente, e anche molto grosso. Mi aggrappai al timone, sulla poppa, per cercare di prendere di punta le ondate, sempre più violente, che cercavano di ribaltare la mia barca. Ebbi un'ultima, fugace visione delle luci del paese, che si faceva più vicino. "Maledizione! Proprio adesso doveva venire la burrasca?" dissi imprecando fra i denti. Sembrava che la luce riflessa sull'acqua scomparisse pian piano tutt'intorno a me, lasciando al suo posto acqua nera come la pece.
Le lucenti pennellate di luna sull'acqua si dispersero, rifugiandosi nelle darsene buie, e intorno a me l'acqua scura ribolliva, piena di rabbia. D'improvviso l'acqua esplose. La luna, sempre più fioca, si spense. Le stelle diventarono mille puntini confusi nel buio immenso, che premeva su di esse per soffocarle. Dall'acqua emerse, più violento che mai, altissimo, grandissimo, oscuro, il mostro: un gigantesco serpente, che circondava tutto ciò che potevo vedere intorno a me, ergendosi sopra le onde più alte. L'incubo di un bambino, che era diventato adulto e si era imposto di non crederci, ora era davanti a me, come per dimostrarmi che c'era sempre stato. I suoi taglienti occhi rossi mi trafiggevano l'anima da parte a parte. Mi entravano dentro, mi facevano male. Un miliardo di fitte mi arrivavano al cuore. Le sue immense spire nere correvano intorno alla mia barca, stringendosi sempre di più: oscurità nell'oscurità. La paura si era impossessata di me. Vedevo solo quegli occhiacci rossi che mi torreggiavano sopra e che mi trapassavano. Un'ondata violentissima si scaraventò sulla fiancata della mia barca e persi l'equilibrio. Picchiai la testa e persi i sensi; un mare di luci e ombre mi vorticava intorno, finché non mi apparve la dolce immagine di mia moglie che mi aspettava. Ma quegli occhi sarebbero rimasti impressi a fuoco nel mio cuore, causando una ferita che non si sarebbe mai più rimarginata.
* * *
Quando arrivai a riva urlando come un pazzo, non mi aiutaste né mi credeste mai. Mi faceste rinchiudere in questo squallido ricovero, dove non posso più parlare con nessuno.
Ma adesso lui sta tornando.