Premio Antonio Fogazzaro

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Contributi: Silvio Raffo

Fogazzaro

ORIA E MALOMBRA: I LUOGHI E I TEMPI DI UN SOGNO

di Silvio Raffo

Oria, ovvero un paese, o meglio ancora una parvenza di paese, un sortilegio, un incantesimo, fortunatamente sconosciuto alla stragrande maggioranza dei cosiddetti turisti. Del resto, non è facile visitare o semplicemente "trovare" un luogo indicato da segnalazioni stradali ambigue; un paese che quasi nessuno sa se sia in Italia o in Svizzera, che non è nemmeno sede di un municipio: un luogo che, insomma, quasi non esiste dal punto di vista terrestre, ma è più facilmente inseribile in dimensioni oniriche e poetiche.

Oria, può garantirlo chi l'ha vista, è uno di quei luoghi deputati del sogno che possono essere scoperti solo da quella particolare categoria di visitatori-viaggiatori di cui parla Baudelaire, i "wanderers" che "partono solo per partire" e non sanno mai dove vanno e si trovano sempre e comunque "altrove". Oria si scopre per caso, e in un sogno: come tutto ciò che è casuale, è qualcosa di prezioso, e come tutto ciò che si sogna svanisce al primo contatto con ciò che gli uomini chiamano realtà.

Minimi sentieri di beole che costeggiano il lago più umbratile e tortuoso di tutti i nostri laghi; minimi giardini curatissimi, disegnati per Robert Walser e per le sue passeggiate di gentile fantasma, un fazzoletto di terra fiorito di piccole tombe, un porticciolo cui attracca qualche raro battello (e dal lago, sì, il nome del paese è visibile, scritto sull'apposito e decorosissimo cartello); una piazzetta che è di per sé, senza bisogno di alcun ritocco, una scenografia teatrale con tanto di quinte, un lavatoio con un ammonimento inciso sulla pietra: "É VIETATO LORDARE".A metà circa dell'unico sentiero (arteria, "central avenue") di Oria uno slargo con la chiesetta, tre giganteschi cipressi e una terrazza insieme aerea e lacustre; qui s'impongono allo sguardo del viandante la porta di una villa dall'aspetto modestamente solenne e, sulla destra, una targa dal testo criptico e insieme eloquente:

AD ANTONIO FOGAZZARO
CUI ADOLESCENTE SVELÓ DELLA NATURA IL DIVINO
NELLA PIENEZZA DELLA VITA DIEDE GLORIA
DOPO OGNI BATTAGLIA PACE
LA VALSOLDA
XXIX SETTEMBRE MCCCXII


Ci si stupisce a scoprire, qualora non lo si sapesse già, che il maggiore romanziere "gotico" - con Iginio Ugo Tarchetti - del nostro Ottocento ha concepito e scritto fra le pareti di questa casa, sulle rive di questo lago cento anni fa ancora più metafisico e straniante di oggi, le scene più salienti di "Piccolo mondo antico" e soprattutto l'allucinato capolavoro di "Malombra"?Basta aggirare di due o tre passi l'angolo della facciata per trovare la bassa porticina di legno in tutto simile a quella da cui la piccola Ombretta precipitò in acqua per raggiungervi l'eterno oblio; o sogguardare da una finestra schermata l'interno di una cupa stanza dal mobilio duramente intagliato per riconoscervi la camera dove la reclusa Marina si struggeva nei suoi deliri di reincarnazione (quando questo argomento conservava ancora la sua aura aristocratica e non era, come oggi, mercanzia da baraccone al pari di tutto il resto).

Antonio Fogazzaro è uno scrittore di cui il liceale conosce sì e no le date di nascita e di morte, ma non ha letto né leggerà mai niente; il professore considera già un lusso che si leggano "I Promessi Sposi" per intero; del resto, se si tratta di un razionalista inguaribile, come in molti casi, o fi un moralista bacchettone, come in moltissimi, Fogazzaro non sembra neanche a lui degno di troppa attenzione: sdolcinato e fiacco come tanti altri autori "decadenti".Solo pochi intenditori apprezzano il patetismo melodrammatico perfettamente dosato della pagina che segue alla morte di Ombretta (infinitamente più coinvolgente della statuaria e innaturale compostezza della madre di Cecilia in Manzoni) e pochissimi spiriti inguaribilmente "retro" si lasciano carpire dalla voluttuosa, quasi distruttiva fascinazione di libri come "Daniele Cortis", "Il mistero del poeta", o "Malombra". Libro, quest'ultimo, che quando fu pubblicato - nel 1881 - ebbe un notevole successo, largamente superiore al contemporaneo romanzo del Verga, "I Malavoglia") ma che è sempre stato trattato dalla critica militante con una certa qual sufficienza.Chi non ama la letteratura fantastica, certo, può fare a meno di leggerlo; ma ciò che per lettera scritta potrà forse annoiare i più difficili e i più restii per qualche eccesso di morbosità o languore, raggiungerà di sicuro l'effetto di catturare anche i più freddi e plumbei se visto nella trasposizione cinematografica che ne fece, nel 1942, Mario Soldati, uno dei nostri registi più versatili e prolifici, a quegli anni tra l'altro giovanissimo.

"Malombra" è veramente un film magico: uno di quei film che restano nella storia del cinema non per speciali meriti tecnici o soluzioni sorprendentemente originali, ma per un'armonia compositiva e un equilibrio (ciò che gli esteti di un tempo chiamavano "congruentia partium") che lo rendono semplicemente perfetto. Ineccepibile la scelta degli ambienti e dei paesaggi (scorci del Lago di Como fusi con quelli di Lugano, appunto) come l'uso della lingua e del dialetto a seconda dei personaggi; d'ineguagliabile finezza, soprattutto, la scelta degli attori protagonisti: il "tenebroso" Andrea Checchi e la straordinaria Isa Miranda, l'unica attrice italiana in grado di competere, quanto a espressività, con Greta Garbo, e ancor più adatta della "divina" al ruolo di Marina Malombra, eroina più umbratile che astrale, più isterica che appassionata, con qualche accento squisitamente provinciale. Chi, se non Isa Miranda (con la voce di Tina Lattanzi, d'accordo, ovvero della doppiatrice di Greta Garbo) potrebbe guardare con un disprezzo altrettanto corrucciato e melanconico i suoi commensali, dopo aver ordinato di imbandire la mensa in terrazza nonostante l'incipiente bufera, e dire con amarezza altrettanto struggente "Marchese, questa vita è così vile!"; chi se non lei accogliere Corrado Silla sulla soglia di quella stessa terrazza e augurargli "Buon viaggio!" mentre gli scarica addosso un fumante revolver in una scena di sublime melò; che fa rivivere con pathos ancora più fervido la pagina di Fogazzaro e resuscita dalla tomba l'adorabile Carolina Invernizzi? Chi, infine, fuggire con concitazione altrettanto dissennata sulla barca in direzione dell'orrido e della morte?

Valsolda, San Mamete, 21 giugno 2009.
Silvio Raffo legge e commenta Fogazzaro durante l'incontro a Villa Claudia.

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