CAPITOLO V

CAPITOLO V

SCRIVO POESIE SOLO PER PORTARMI A LETTO LE RAGAZZE
Non vi è nulla di dilettevole, in quel di Recanati, per un giovine di nobile lignaggio ma di modeste sostanze, afflitto da un morbo oscuro che mina un corpo già deforme.
Mentre l’Europa freme di nuove idee, io sono relegato in questo borgo, con una siepe che limita la mia visuale. Non mi resta che lo studio, e ho studiato come un “matto disperatissimo”, tanto da saperne più dei miei precettori.
Dicono che sono il poeta del “pessimismo cosmico”. Ahimè, se c’è qualcosa di cosmico, nella mia vita, è la noia, che è il flagello peggiore dell’umanità. È seconda soltanto alla malasorte che mi accompagna fin dall’età più tenera, appollaiata come un avvoltoio sul mio dorso gibboso.
Tra le cose erudite che scrivo, delle quali ben poco cale a chicchessia, alcune liriche, composte più per sfizio che per estro, sembrano essere assai gradite a certe gentili donzelle che mi gratificano della loro attenzione.
La poesia è l’unico modo che la sorte mi ha concesso di strappare sospiri alle dame, non potendo ottenere il medesimo scopo nel giacermi con esse.
Anna Rita Foschini

L’UBRIACONE
Era il primo bicchiere. Poi ne sarebbero arrivati altri.
Come ogni sera, del resto.
Dimenticare, dimenticare sempre.
Nel nome della bottiglia, amen.
Frank.
La promessa della letteratura retrocessa a barbone cencioso.
Già, perché spesso i sogni ammazzano il fegato più dell’alcool.
“Versamene un altro” ordinò.
Il barista lo guardò storto, allarmato dalla puzza di fallimento che gli fuoriusciva dalle vesti logore.
“Ce li hai i soldi?”
“Ehi, non parlarmi così. Sono uno scrittore” ribatté, risentito. “Vuoi un autografo?”
L’uomo scosse il capo e gli diede le spalle.
Proprio come il resto del mondo.
Perché la gente aveva smesso d’aver fame?
Poi Frank sentì dei passi dietro di sé, una forza bruta scaraventarlo giù dallo sgabello e trascinarlo fuori dal locale.
Al freddo.
Con un solo bicchiere nelle vene e una vita storta da digerire.
Ferito, si fissò le mani annerite, le scarpe rotte, i jeans strappati.
Un ubriacone, ecco che cos’era diventato.
Niente libri, niente donne, niente soldi.
Si frugò nel giubbotto e tirò fuori la fiaschetta di riserva.
Scotch liscio.
Dozzinale, come i libri d’oggi.
Per dimenticare.
Dimenticare sempre.
Samuele Fabbrizzi

ERAVAMO GIOVANI
Due cuori, un monolocale e un tavolino dell’Ikea.
Patrizia Benetti

CONFESSIONI DI UN CODARDO
Inspirò a pieni polmoni, gonfiandosi d’aria. Ne avrebbe avuto bisogno. Un po’ per pompare vita in parole ancora mute, un po’ per farsi leggero, come una ciambella di salvataggio, e galleggiare in quel mare di merda.
Trattenne il fiato, quasi fino a soffocare, che l’asfissia gli pareva preferibile alla confessione.
Poi il fisico ebbe la meglio sull’anima. Espirò. E le parole si fecero valanga.
Parlò dei propri limiti come uomo, come compagno e padre. Della paura per una vita diversa e incerta, per lui, che ancora doveva trovare il bandolo di quella attuale.
Ogni tanto abbassava lo sguardo, incapace di sostenere il confronto visivo. Le mani al volto, a nascondere la propria vergogna.
Abbandonarla, lei che era il suo oggi.
E il domani che le cresceva in grembo.
Confessò ogni manchevolezza, come se ammetterla giustificasse la sua vigliaccheria.
Nessuna obiezione. Solo l’accusa del silenzio.
E allora capì.
Capì che non avrebbe mai potuto parlarle così.
Si guardò un’ultima volta allo specchio, unico testimone della confessione di un codardo, spense la luce e uscì.
Fuggì nella notte mentre lei dormiva.
Matteo Pisaneschi

DONNE
Ci sarebbe tanto da dire su un argomento che ritengo molto interes… zzzzzzzz.
Maurizio D. Capuano

NOTTE IMBECILLE
È una torrida notte d’agosto, sono seduto al tavolino di un bar da quando il cielo ha cominciato a rosseggiare; davanti a me un bicchiere di birra, l’ennesimo, dentro me una malinconia cui non faccio più caso. I pochi lampioni accesi illuminano la desolazione di una piazza deserta, il silenzio è disturbato dalle note di una canzone, sempre la stessa, provenienti da qualche appartamento.
Improvvisamente compare una donna. Il suo abbigliamento è elegante, il suo incedere è aggraziato, accattivante, quasi sensuale. Senza fermarsi alza leggermente lo sguardo e rivolge un sorriso nella mia direzione, o almeno così mi sembra. Vorrei raggiungerla, ma potrebbe essere chiunque: forse una prostituta ed io non ho denaro né desiderio da regalare, forse rappresenterebbe l’avventura di una notte ed io non voglio l’inevitabile amarezza del mattino, forse mi innamorerei ma sono troppo pigro per essere felice, forse cerca solamente di raggiungere chissà quale solitudine.
Mentre penso a tutto questo lei è già scomparsa; nelle orecchie mi resta il suono del suo ticchettare, nella pancia il gorgoglìo della mia stupidità.
Marcello Mora

SHAKESPEARE NON L’HA MAI FATTO
Fu grazie a Giorgio e perché eravamo una compagnia del cazzo che non arrivammo alle botte. Alle mani sì. Filippo le aveva già sul mio collo quando Giorgio lo bloccò. Gli altri mi erano attorno minacciosi e confusi. Mi assalivano con parole e spintoni ma, mollato su una sedia un ansimante Filippo, Giorgio prese definitivamente il controllo: “Questa è casa mia, calmatevi o tornate alle vostre” alzò la voce, mantenendola calma.
Per mezz’ora, invettive e mani si agitarono contro di me, frammischiate a sorrisi ironici e prese per il culo trasversali. Poi tutti se ne andarono.
” Tu resti qui! Mi dai una mano a sistemare e facciamo un discorso” disse Giorgio.
Meno male, arrivare alla macchina nell’oscurità non sarebbe stato semplice. Pensai che in fondo ero un grande, li avevo sputtanati con poche parole e ora, che non ero sotto le loro grinfie. Solo con Giorgio ero stato discreto: da sempre si faceva tutte le donne della compagnia ma l’avevo solo adombrato. E Giorgio mi aveva salvato il culo.
Un colpo di teatro, ma nella vita, neppure Shakespeare…
Graziano Gattone

CENA A SBAFO
Vincenzo era un uomo della cosca di Don Gaetano. Un capo quartiere.
Era fedele al suo boss. Come un cane.
Poi aveva voluto fare il gallo. Forse l’autonomia di cui godeva gli aveva dato alla testa. E proprio lì gli era spuntata una cresta insopportabile. Come quella che si era messo a fare sui proventi della droga.
Che stupido, Vincenzo.
Eppure lo sapeva: non si cena a sbafo alla tavola di Don Gaetano.
Si rischia l’indigestione. Che quattro confetti di piombo poi sono pesanti per lo stomaco.
Eccolo lì, ora: un porco in pasto a un altro. Non c’è miglior modo di far sparire un cadavere che farlo mangiare da un maiale.
Bella roba, però.
Vincenzo l’avevo ucciso io, eppure se lo pappava quella bestiaccia.
Cena a sbafo anche per lei.
Ma l’avrebbe passata liscia.
Per ora.
Prima o poi avrebbe pagato quel pasto a scrocco.
A suon di fette di prosciutto.
Chissà io su quale piatto finirò io, invece.
Che siamo tutti portate nella catena alimentare di questa vita criminale.
Matteo Pisaneschi

IL CRIMINE PAGA SEMPRE
Eccolo!
Il motore della Jaguar è silenzioso, riesco appena a percepire il fruscio degli pneumatici che imboccano la rampa del covo segreto.
Sospiro di sollievo: provo sempre un vago senso d’inquietudine quando mi separo da lui, anche se per breve tempo.
L’amo dal primo istante che ci siamo incontrati. Gli ho salvato la vita e ho dannato la mia. Non ho rimpianti né rimorsi, è così che doveva andare: dovevo votarmi al crimine per dividere con lui ogni istante. Non si può scegliere chi amare, si ama e basta.
Mi adagio mollemente fra le lenzuola di seta e aziono il comando che apre la volta del soffitto. Il cielo notturno di Clerville è un nero velluto intessuto di stelle.
Tra poco lui sarà qui e ingemmerà il mio corpo nudo coi diamanti che ha rubato per me. Ma non sarà quello il regalo più prezioso: è ai suoi baci che anelo, alle sue labbra morbide, alle sue mani, impazienti come il mio desiderio.
La passione che ci unisce è la mia ricompensa, e lo sarà per sempre. Fino all’ultimo respiro.
Anna Rita Foschini

IL PRIMO BICCHIERE, COME SEMPRE, E’ IL MIGLIORE
-Non ho punto fame stasera, Perpetua
-Mangiate, don Abbondio, mangiate. E bevete un bicchiere del vostro vino, servirà a cancellar i pensieri
Don Abbondio, prese il bicchiere, lo vuotò, come fosse una medicina. Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardò il curato con tristezza.
Don Abbondio sentì un dolore lento salir dal ventre.
-Soffrirete un po’, ma per fortuna avete vuotato tutto d’un fiato il vino. Più è il veleno più in fretta funziona.
-Perpetua, m’avete avvelenato- disse il curato tra i crampi che lo prendevano allo stomaco – perché?
-Dinanzi a voi avete una donna, una donna innamorata, innamorata e disperata. Amo colui che non potrà mai essere mio, ma non voglio che sia d’altre.
-Che dite?
-Io amo Renzo, Renzo Tramaglino, Dio m’e testimone del mio amore. Ma domani si mariterà con Lucia. Non posso permetterlo.
Detto che l’ebbe vide il curato steso a terra che già il veleno aveva fatto il suo ufficio.
Perpetua si diresse alla camera dicendo a bassa voce “questo matrimonio non s’ha da fare”
Lodovico Ferrari

TACCUINO DI UN VECCHIO PORCO
Mia suocera ha trovato il mio taccuino. E’ lì che scrivo d’istinto, che immortalo le idee prima che sfuggano per finire nel dimenticatoio. Lì dentro c’è la mia arte, la mia lirica, la mia poesia e lei osa chiamarlo taccuino di un vecchio porco.
Non so cosa darei per non averla tra i piedi. Che ne sa quella vecchia rinsecchita della bellezza? Che ne sa dell’eros, della gioia che scatena un giovane corpo femminile morbido, sinuoso e affascinante. Parole morbose le mie? No. Poesia solo poesia.
Patrizia Benetti

SEDUTO SUL BORDO DEL LETTO MI FINISCO UNA BIRRA NEL BUIO
La notte divenne alba. Quasi impercettibilmente, il buio, lentamente si dissolse ed i contorni delle ombre smisero di essere profili indefiniti per diventare cose: comodini e specchi e sedie e cuscini sul pavimento.
Lui se ne stava lì, seduto, appollaiato come un grosso uccello, troppo grosso per poter volare via. Se ne stava lì, legato al metallo ormai caldo della sua lattina di birra, incapace di pensare, di scappare, di uscire da quelle scena senza vita.
L’alba poi divenne giorno. Le cose divennero sangue, vetri rotti, cuscini sul pavimento, corpi senza vita ed i rumori di vita divennero sirene e passi pesanti per le scale e respiri affannati e rumore di porte sfondate.
Lui se ne stava lì, legato al metallo ormai vuoto della sua lattina di birra, seduto, appollaiato come un grosso uccello che aspetta solo di essere rimesso in gabbia.
Marcello Perugia

LE RAGAZZE CHE SEGUIVAMO
Sono un romantico, forse sprovveduto, e m’innamoro a ogni accenno di carezza.
Per la prima ho lasciato la dimora materna.
“Con te voglio un rapporto aperto”, aveva detto.
E infatti l’ho sorpresa a letto, carponi e ammanettata, un porco in sella che grugniva, e lei pure, felicemente sottomessa.
Disilluso, la seconda mi ha insegnato a credere ancora.
Sincera come nessun’altra mai, anche nella menzogna. Tutti i suoi tradimenti mi confessava. Alla fine sono fuggito esasperato.
La terza poi mi ha detto “Non hai colpa. Sei nel giusto. Riparerò io a ogni tuo torto.” E io fesso, boccalone, in brodo di giuggiole per quel nuovo amore.
Tanto ha fatto, poi alla fine, che pure il culo si è venduta, quella vacca.
Bel filotto, non c’è male.
Ora invece inseguo una che non si fa pigliare mai davvero. È una matta, fa un po’ come gli pare. Si concede e si ritira, senza alcuna promessa o costrizione.
Con lei mi sento uno.
I loro nomi?
La prima Libertà, poi Verità, terza era Giustizia.
E ora, cari miei, che follie, con Signorina Anarchia.
Matteo Pisaneschi

CE L’HANNO TUTTI CON ME
Stamattina mi sono alzato, ho fatto colazione al bar e me ne sono andato senza pagare.
“Sono un povero sordomuto” ho detto al barista, mentre scappavo a gambe levate.
A giudicare dagli insulti, non penso m’abbia creduto.
Ho fatto un salto da mia madre, single e depressa. Sono rimasto qualche minuto a guardarla fissare il vuoto con l’aria di chi non ha niente per cui vivere.
“Papà ha una nuova fidanzata” l’ho informata. “Sabato partono per le Maldive. Tu no?”
E’ scoppiata in lacrime.
Verso l’ora di pranzo mi son fermato davanti alla vetrina di una palestra giù in centro. Un ciccione sudato stava schiantando sul tapis roulant mentre io gli divoravo un hamburger davanti agli occhi. Mi son pure leccato le dita. Lui invece se l’è rotte, le dita, cadendo dal tappeto.
Anche lui è scoppiato in lacrime.
Nel pomeriggio sono andato in chiesa e ho improvvisato un monologo intitolato: Dieci motivi per cui Batman è più figo di Gesù.
Non hanno apprezzato.
Anzi, sembrava quasi che ce l’avessero tutti con me.
Cristo, serve decisamente un po’ d’umorismo.
Samuele Fabbrizzi

L’AMORE È UN CANE CHE VIENE DALL’INFERNO
Ti amo.
Ti amo di un amore bruto e disperato.
Mentre sdraiata sul divano mi lascio cullare dall’ACCIDIA, provo INVIDIA per chi sta sempre al tuo fianco e cerco di sedare la mia IRA buttandomi sui peccati di GOLA.
Perché mi rifiuti?
Sarà SUPERBIA, ma sono convinta di essere io la donna dei tuoi sogni.
Il desiderio di te si fa ogni giorno più pressante, così mi butto sulla LUSSURIA solitaria, cercando di dimenticare l’AVARIZIA dei miei sentimenti.
Inizio un po’ a odiare me stessa, ma mi capita più spesso di odiare te.
Per colpa tua sono destinata all’eterna dannazione.
Sai cosa ti dico? Io andrò sicuramente all’Inferno, ma nel frattempo vacci tu!
Rosanna Fontana

UNA NOTTE NIENTE MALE
Mi godo il meritato riposo. La mia ragazza dorme. È distesa sul letto, abbiamo appena finito di farlo. Sei volte, stasera. Non le ho dato tregua. Ha cercato di resistermi, opporsi, è stato tutto inutile: l’ho distrutta. Così impara a sfidarmi a Risiko.
Maurizio D. Capuano

QUELLO CHE IMPORTA E’ GRATTARMI SOTTO LE ASCELLE
L’odore dell’incenso mi irrita le narici.
– È un aroma afrodisiaco. – ha detto lei.?Sarà… a me viene da starnutire.
La musica orientaleggiante, anziché intrigarmi, è piuttosto soporifera, e l’improvvisata danza del ventre è meno eccitante di un numero da circo. La fanciulla non è il clone di Shakira, anzi, si muove con la stessa grazia di un elefante. E gli assomiglia anche, nel fisico.
Chissà come ho fatto a lasciarmi trascinare a casa sua… dovevo essere più ubriaco del solito. Adesso la sbronza mi è passata del tutto e mi ritrovo in questa stanza dall’aria greve di miasmi, nudo nel letto di una “squinternata”.
Sì, perché la tipa non deve essere del tutto a posto: mi ha perfino legato i polsi, assicurandoli alla spalliera con due foulard di seta.
Non sembra pericolosa… si da un gran daffare, poveraccia, e mi sento un tantino in colpa per non riuscire ad apprezzare i suoi strenui, quanto vani, tentativi di seduzione.
Ma cosa posso farci? L’unica cosa che vorrei da lei, in questo momento, sarebbe una grattatina sotto le ascelle.
Anna Rita Foschini

IL SOLE BACIA I BELLI
” Neanche mi piaceva, quella donna! ”
Camminava nudo e scalzo nel deserto da sei giorni. Ustionato, disidratato, ormai si trascinava carponi senza più la speranza di sopravvivere.
Era bello, sette giorni fa. Poi il sole lo aveva consumato senza sosta, avido, fino all’ultimo respiro. Sei giorni infernali, lo avevano ustionato e istupidito. Delirava e non sentiva più il dolore provocato dalle piaghe sulla pelle. La fronte, la schiena, le braccia, tutto il corpo era solcato dalle ferite da bruciatura. Disidratato e affamato, non aveva più la forza di reggersi in piedi ormai da più di un giorno.
Quella donna non lo interessava. Non sapeva nemmeno il suo nome quando lei se lo era portato a letto.
” Fernanda! ”
Il nome lo aveva urlato il marito quando li aveva sorpresi. Poi il dolore di un colpo in testa, poi più nulla: si era ripreso dallo svenimento, nudo in mezzo al deserto. La vendetta del marito…
” Neanche mi piaceva, quella donna! ”
Furono le sue ultime parole. L’ultimo bacio glielo diede il sole.
Luigi Siviero

SVASTICA
La scritta, forgiata in metallo, mi sovrasta mentre la supero per l’ennesima volta. “Arbeit macht frei”. Fa freddo qui in Polonia in inverno, molto freddo. Odio questo lavoro. Tutti i giorni a mostrare alle scolaresche il campo di Auschwitz. Raccontare gli orrori, i morti, le torture, i forni e il gas. Vedere le baracche dove decine di persone ammassate si dividevano bucce di patate per pranzo. Parlare a bambini di ogni provenienza, persino ebrei, sapendo che forse i loro bisnonni erano passati di qui. E dire del fallimento del nazismo, della morte di colui che lo guidava.
Finalmente a casa. Accendo il camino per togliermi dal corpo il freddo e il fastidio. Lui mi fissa. La foto appesa sul muro è rassicurante. I suoi fini baffetti paiono in rilievo e la croce uncinata spicca sulla sua uniforme. Ah, mio Führer, se avessi vinto tu…
Lodovico Ferrari

A SUD DI NESSUN NORD
Allungo la mano, tasto il morbido che mi circonda.
Aprire gli occhi è uno spreco di energie.
Sono fortunata. Agguanto la bottiglia d’acqua.
Mi ristoro, offrendomi a quei raggi agognati per lunghi mesi. Il calore mi avvolge.
Il vocio che mi giunge da lontano non mi disturba.
Nulla può interporsi tra me e i miei pensieri.
Il dondolio mi coccola, carezza la mia mente.
Ricordi affluiscono, si sovrappongono.
Lottano tra loro. Vogliono imprigionarmi.
Inutilmente.
Sono in balia del tempo.
Del tempo che verrà.
Come il gommone in cui riposo, in balia del mare.
Senza alcuna direzione.
Maria Rosaria Spirito

PANINO AL PROSCIUTTO
“…è che ormai ci conosciamo a memoria” dice Amanda, fingendosi dispiaciuta.
Gli occhi taglienti come vetro passeggiano sul mio cuore imbruttito dalle cicatrici.
Fra noi solo una birra, la mia liquidazione.
Troppo poco per sopportare l’ennesima batosta.
Ah le mie bionde, l’una frizzante, l’altra velenosa.
“C’è rimasto così poco da scoprire” insiste, “dov’è finita la magia?”
“Beh io la bacchetta ce l’ho messa.”
“Non sei divertente.”
Bacio la bottiglia, l’unica bionda rimastami, quella che attacca il fegato anziché tutto il resto.
“Hai un altro?”
Lei annuisce.
Altro che coniglio dal cilindro…
Puff
Un bel paio di corna.
Il silenzio è schiacciante.
Siamo due sconosciuti, estranei per mano senza una ragione specifica. “Sei pallido, vuoi una spremuta?”
“Di arance o di cuore?”
Lei stringe le labbra. Se sia pena o senso di colpa non riesco a decifrarlo. E’ brava a nascondere le cose, tanto quanto a giocare con le bacchette.
Puff
Amanda continua a giustificarsi, qualsiasi cosa pur di sentirsi meno stronza.
Ma io ho smesso d’ascoltarla.
Niente più cenette calde d’ora in poi… inizia l’Era dei panini al prosciutto.
Samuele Fabbrizzi

BIRRA FAGIOLI, CRACKERS E SIGARETTE
Mi alzo, mi lavo. Vado in cucina, in casa c’è una calma insolita, sul tavolo una bottiglia semivuota di birra, un barattolo di fagioli, un pacchetto di crakers di quelli sminuzzati perché sono stati dimenticati in borsa, due sigarette. Poi vedo un foglio, sta solitario sullo sportello del frigorifero fermato da una calamita ricordo di Parigi. La tua calligrafia “Vado. Non torno questa volta!” Penso, in fondo mi vuole ancora bene perché dopo ha aggiunto “Fai la spesa!”
Patrizia Paesani

LE POESIE DELL’ULTIMA NOTTE DELLA TERRA
Un bagliore squarcia le tenebre
Una ventata bollente ci investe
Poi il nulla, solo ombre senza corpo.
Patrizia Paesani

STORIE DI ORDINARIA FOLLIA
Prelevò venti euro, badando bene a non far vedere le poche banconote a chi era in coda.
Comprò l’uovo che piaceva a sua figlia, si era scritto la marca per non sbagliare.
Attese sulla porta come un postino, mentre l’odore familiare di casa lo tentava, istigandolo a varcare la soglia.
La bimba arrivò a salutarlo, già in pigiama.
Lui le sporse l’uovo di cioccolato, lei lo prese eccitata e gli diede un bacio profumato di dentini appena lavati. Lui non seppe che dire, le tirò delicatamente le treccine e restituì il bacio. Profumato di birra.
Sua figlia se ne andò correndo sulla punta dei piedini, abbracciando stretto l’involucro frusciante.
La porta si chiuse.
La solitudine lo aggredì appena tornò in strada.
Telefonò all’amante, per chiedere soccorso. Il suo numero era irraggiungibile. La notizia del licenziamento era inequivocabilmente già pervenuta.
Lo stomaco vuoto gli suggerì di sedersi all’angolo, sulla scalinata della chiesa.
La mente gli fece notare che i barboni accovacciati a elemosinare erano allegri e avevano un atteggiamento ottimista.
Lui lasciò decidere alla pancia.
Tirò dritto, fin dentro al fiume.
Cristina Cornelio

NIENTE CANZONI D’AMORE
Da quando ho deciso di mandare a fanculo tutto e tutti, la bottiglia e una chitarra sono rimaste le mie uniche compagne.
L’alcool, che sia vino, birra, rum o qualsiasi altra cosa riesca a procurarmi, scioglie la lingua e libera i pensieri.
Seduto nei crocevia del mondo, ovunque mi portino le scarpe sfondate, annego la coscienza nel liquido, bruno o ambrato che sia. Le dita accarezzano le corde, a strappare melodie improvvisate che accompagnano vaneggianti elucubrazioni.
Conosco a mala pena qualche accordo, e non so nemmeno quali parole o frasi mi escano dalle labbra, ma molti si fermano ad ascoltare e alcuni lasciano cadere una moneta.
Io non chiedo nulla, sono grato all’altrui benevolenza che consente d’abbeverare la mia ispirazione.
Certuni sprecano parole d’elogio; capita che fanciulle d’ogni età si asciughino una lacrima sospirando e mi chiedano un’altra canzone d’amore.
Le guardo stupefatto: canzoni d’amore? Io l’amore l’ho abiurato in un’altra vita, non sarei mai capace di cantarlo. Né lo vorrei.
Scuoto la testa, cerco conforto e calore in un’abbondante sorsata e ricomincio a suonare.
Anna Rita Foschini

TUTTO IL GIORNO ALLE CORSE DEI CAVALLI E TUTTA LA NOTTE ALLA MACCHINA DA SCRIVERE
Mi guarda.
So cosa pensa: “siamo fatti della stessa sostanza”. Prendo il coltello e comincio a raschiarla via dalla suola degli stivali. Inutile. Quella cacca di cavallo si era troppo seccata, ci riproverò domani, ora ho di meglio da fare. La notte avvolge la mia casa. La lampada sulla scrivania ne cancella un brandello. Il ticchettio dei tasti disturba il silenzio perfetto. Sono uno degli ultimi nostalgici della macchina da scrivere. Ma senza di lei la mia ispirazione d’autore resta castrata. Il concorso Fogazzaro, tra poco, riceverà l’ennesima mia fantastica opera.
La luce elettrica, ormai, non serve più, il gallo ha cantato da molto tempo. L’inizio del racconto è pronto. Lo rileggo con malcelato orgoglio: “Ciao, mi chiamo Sara e voglio raccontarvi di quella volta che ho mangiato il panino al prosciutto.”
L’incipit migliore che io abbia mai scritto.
Chi ben comincia…
Lodovico Ferrari

SANTO CIELO PERCHE’ PORTI LA CRAVATTA?
Potevi farne a meno. Hai la barba incolta, i capelli lunghi, un fare annoiato e le scarpe da tennis. Tu devi distinguerti. Sei un genio, e mi fai pure sorridere, anche se a volte non ti capisco. E oggi l’ennesima provocazione. Andrai a ritirare il premio di narrativa in gessato, cravatta nera e scarpe da tennis. D’altronde da te ci si aspetta sempre qualcosa di originale. Va bene, facciamo parlare ancora i benpensanti. Ma penso che questo sarà solo l’inizio.
Patrizia Benetti

URLA DAL BALCONE
Dieci minuti.
Osservo l’orologio a muro della cucina. Ancora dieci minuti precisi. Lo sguardo si perde fuori dalla finestra, nell’azzurro del cielo mattutino. Che meraviglia l’alba. Con la sua brezza fresca soffia via le angosce della notte. Per chi non ha dormito è il traguardo tanto atteso.
Cinque minuti.
Poco tempo, poco dolore. L’obiettivo è vicino. Stavolta sarò puntuale. Sono sempre arrivata tardi agli appuntamenti della vita. E li ho sempre mancati.
Due minuti.
Ci vuole precisione per fare le cose giuste. E io non le ho mai fatte. L’elenco dei miei fallimenti è lungo più di sei piani. Le lancette paiono ondularsi al mio sguardo bagnato dalle lacrime. Penso di regalarmi ancora qualche minuto in più ma a cosa servirebbe? Ormai la decisione è presa.
Un minuto.
Il sole basso sull’orizzonte s’intrufola nella cucina. Respiro l’aria profumata di settembre con avidità.
Pochi secondi.
Si va. Mentre lascio il balcone alle mie spalle e l’asfalto attende di ricevermi mi accorgo di essere in ritardo. Ci vuole tempo per volare per sei piani.
Anche al mio ultimo appuntamento arriverò tardi.
Lodovico Ferrari

PULP. UNA STORIA DEL XX SECOLO
Non si poteva muovere. L’uomo le si avvicinò. Capì che era proprio lei quella che sarebbe diventata la sua prossima vittima. Le dita di lui cominciarono a sfiorarle la pelle liscia e tesa. Poi i polpastrelli si chiusero in una stretta micidiale.
Una stilla di saliva apparve nel lato della bocca dell’uomo. Temeva che la sua fine sarebbe stata vicina. Lui la allontanò per pochi secondi quasi per permettere alla speranza di illuderla, poi con un gesto deciso la tirò a sé.
Gli incisivi taglienti stracciarono la sua delicata pelle. Un morso deciso e potente. Poi i denti la penetrarono a fondo fino a incontrare un ostacolo duro.
Dapprima lo vide chiaramente avere un brivido, poi il piacere lo invase. Lei avrebbe voluto gridare, ma non poteva. Gocce di liquido rossastro imperlavano le labbra dell’uomo. Una parte uscì dalla sua bocca e finì sulla sua maglia.
Una voce inaspettata, proveniente dalle spalle di lui, lo sorprese.
– Papà, è buona la prugna?
– Sì, solo un po’ acida.
– Ti sei macchiato la maglia, se ti vede la mamma…
Lodovico Ferrari

SOTTO UN SOLE DI SIGARETTE E CETRIOLI
Gli abitanti di Kepler-186-F, nella costellazione del Cigno, aspettavano questo giorno da quando gli osservatori intergalattici avevano scoperto un pianeta gemello, distante appena cinquecento anni luce.
Terre emerse, distese d’acqua e un’atmosfera respirabile.
Unico problema: il pianeta era infestato da innumerevoli specie animali primitive, tra le quali pochi miliardi di bipedi appena più evoluti, estremamente bellicosi.
È stato necessario bonificare la superficie terracquea con potenti armi chimiche e batteriologiche che hanno sterminato gli esseri viventi, senza danneggiare l’habitat naturale.
I primi pionieri sono partiti sulle navi interstellari, e in un lasso di tempo relativamente breve raggiungeranno il nuovo mondo per colonizzarlo.

John osserva il cielo sbuffando una voluta di fumo. Le sigarette non gli mancano, anzi, ne ha perfino troppe.
In pochi decenni sono morti tutti. Tutti gli abitanti della Terra. Inspiegabilmente quanto inesorabilmente. È sopravvissuto soltanto lui, e sapeva che prima o poi “loro” sarebbero arrivati.
Non ha paura, niente di quello che può succedere, ormai, lo spaventa.
Sorride fra sé osservando le scure sagome allungate che si stagliano contro il disco del sole. Che buffo: sembrano tanti cetrioli…
Anna Rita Foschini

MUSICA PER ORGANI CALDI
Allegro:
La Do, La Do, La Do, Si, La Do!
Ballabile:
Mi Si Fa, Mi Si fa, Mi Si Fa, Si, Si, Mi Si fa!
Maurizio D. Capuano

COMPAGNO DI SBRONZE
Per fortuna che ci sei tu a tenermi compagnia,
posso condividere solo con te le mie debolezze.
Questa vita mi ha regalato poche gioie e tante incertezze:
la paura di sbagliare e di rendermi ridicolo,
la paura di amare e di essere tradito,
la paura di un’amicizia e di trovarmi abbandonato.
Per fortuna che ci sei tu a tenermi compagnia,
tu che, sbronzo, mi sorridi da questo specchio.
Lucia Amorosi

TUTTI GLI ANNI BUTTATI VIA
“31.12.1990, ore 23:59: speriamo che quest’anno sia migliore dello scorso.
31.12.1991, ore 23:59: speriamo che quest’anno sia migliore dello scorso.
31.12.2010, ore 23:59: speriamo che quest’anno sia migliore dello scorso.
31.12.2013, ore 23:59: speriamo che quest’anno sia migliore dello scorso.
27.04.2014, ore 23:08: siamo ancora in Aprile, ma già mi preparo…
Giovanna Polini

NON C’È NIENTE DA RIDERE
– Cara, cos’ha detto il medico?
– Sto morendo.
– Aahahhahahahahahahahahaha!
– Non c’è niente da ridere, non è uno scherzo.
– Hai ragione, cara, scusa. È una cosa orribile.
– Vent’anni insieme, amore mio: cosa farai senza di me?
– Amore, adesso non mi va di parlare della mia amante.
Maurizio D. Capuano

QUANDO MI HAI LASCIATO, MI HAI LASCIATO TRE MUTANDE
E non erano manco le mie.
Maurizio D. Capuano

SPEGNI LA LUCE E ASPETTA
Spencer (il gatto) dorme nel buio che regna costante nella camera di Larry. Luce spenta e serrande abbassate, così come le ha lasciate l’uomo prima di sparire.
Aspettare.
Ormai il felino è diventato un esperto. Occhi socchiusi e orecchie dritte al primo rumore. Di tanto in tanto continua a sgattaiolare fuori dalla finestra del bagno in cerca del padrone. Vuol scoprire cosa diavolo gli sia successo. Perché lo abbia abbandonato, sostituito o smesso d’amarlo.
Già, perché?
Sotto al pelo, un cuore straziato dalla solitudine, corroso da una frustrazione che va aldilà della specie. Certo, ormai i condomini lo hanno adottato, ma non è la stessa cosa. Manca quell’empatia tipica delle anime gemelle. Le carezze di Larry, il modo in cui gli parlava e la gioia del dormirgli affianco non sono barattabili con una ciotola di crocchette.
Meglio aspettare.
Anche adesso sonnecchia Spencer. Il pelo è divenuto ispido e le costole affiorano dai fianchi. Non tocca più cibo, né acqua e neanche punta più la finestra.
Aspetta.
La morte o il padrone non ha più importanza.
Non dopo otto anni.
Samuele Fabbrizzi

I CAVALLI NON SCOMMETTONO SUGLI UOMINI (E NEANCHE IO)
– Balle!
– Come?!
– Una volta ho visto un cavallo che lo faceva.
– Faceva, cosa?
– Scommettere su un uomo.
– Stronzate.
– Ti dico che l’ho visto con questi occhi. È entrato alla SNAI trottando, ha chiesto una schedina e ha provato a giocarla, ma visto che non riusciva a usare la penna a causa degli zoccoli, s’è imbizzarrito e ha chiesto a un tizio di dargli una mano.
– E quello che ha fatto?
– Ha rifiutato.
– Che stronzo! E poi?
– Il cavallo gli ha dato un calcio nelle palle.
– Ha fatto bene, cazzo, ha fatto bene. E com’è andata a finire?
– Mi faceva pena. Lo vedevo lì, che fumava una carota, non ho resistito: mi sono avvicinato e ho compilato la schedina per lui. Mi ha ringraziato, mi ha anche offerto una carota, ma ho rifiutato perché le preferisco light, ha pagato ed è uscito al galoppo. Avresti dovuto vederlo: nitriva tutto contento.
– Stai dicendo solo un mucchio di cazzate.
– Come fai a dirlo?
– Era un cavallo, cristo!
– E con questo?
– I cavalli non scommettono.
– Hai mai visto un asino parlare?
– No.
– Allora abbiamo un problema.
Maurizio D. Capuano

FACTOTUM
Di colpo la musica cessò e Darlene cadde prona sul palco, sfinita, col gran culo bianco immobile, a farsi ammirare. Poi rotolò su sé stessa, una due tre volte, per rialzarsi mentre la musica riprendeva, non più un rock ma un bolero, e si allungò alla pecorina. Non aveva più il cache-sex e s’intuiva il sudore fra le natiche divaricate. E i peli della fica, umidi e arricciati, li vedevo. Glieli avrei leccati e gli avrei ficcato dentro l’uccello se si fosse rizzato. E invece niente, Darlene ci dava dentro al ritmo crescente della musica, avanti e indietro, ci sbatteva in faccia i suoi buchi bagnati e io fra le gambe avevo un vermicello. Guardai ai lati, non avevo accanto nessuno, aprii la patta dei pantaloni, c’infilai la mano. Il cazzo era caldo, umidiccio in punta. Cominciai a stropicciarlo mentre Darlene s’infilava due dita nella fica. Finalmente si rizzò. Lo strinsi con forza e lo menai. Pochi colpi e venni. Anche Darlene, sull’ultima nota del bolero. Mentre lasciava il palco riabbottonai i pantaloni e mi rilassai, curioso delle altre spogliarelliste.
Graziano Gattone

SO BENISSIMO QUANTO HO PECCATO
Perdonami, Signore, perché ho peccato.
Non posso assolvere gli altri, se non assolvo prima me stesso.
Ora dovrei dire ad altri peccatori, come me e come voi, che Dio ci ha perdonati.
Non è vero.
Sarebbe troppo comodo.
Io non sono degno del perdono di Dio.
Non lo siete nemmeno voi.
Eppure ora sono qui.
Dietro l’altare.
Domenica mattina.
Prese il pane e disse mangiatene tutti.
Prese il vino e disse bevetene tutti.
Tutti tranne me.
Tutti tranne voi.
Per gente come me e come voi il pane è solo pane. Il vino è solo vino.
Il mio compito è convincervi che non sia così.
Un bel lavoro, il mio.
Lucia Cabella

E COSÌ VORRESTI FARE LO SCRITTORE (O PEGGIO IL POETA)?
Che orribile fatto i poeti d’accatto
promuovono circoli e dotte parole
cacano rime a tutte le ore
su invenduti libercoli acri d’odore
finte opere dell’intelletto
stronzi a galla nel mare sfatto
d’una pseudo-cultura del cazzo.
Sono docenti del nullafacente
dai lunghi silenzi dalla voci roche
con visi affilati e sguardi perduti
strozzano i più idioti pensieri su lacrime chiare sospesi.
Eccolo il verso!
s’incanta e s’incarna
si strugge di niente
s’evince e si premia.
Ecco che il vate s’avanza e declama
strafatto di sé
lo scopo sublime
(una leccata di figa? un su è giù fra le chiappe? una scopata gratuita?)
Quanti alberi uccisi da schifi versi.
Graziano Gattone

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