2016: Caro amico ti scrivo…

Caro Amico ti scrivo…

 “Caro amico ti scrivo…” ha sollecitato gli autori del concorso “social” a riprendere… (stavamo per dire “carta e penna”!)… a reinventare, nell’epoca delle e-mail, degli sms e dei 140 caratteri di Twitter, la forma epistolare e a ideare un interlocutore con cui scambiare sentimenti, storie, confessioni o momenti lirici. Ecco una scelta delle loro lettere… 

PREMIO
Qualità

 1° classificato: CRISTINA CORNELIO, per l’originale vena narrativa e poetica che l’Autrice ha saputo riversare in un dialogo epistolare ora spensierato e  felice, ora problematico, ora coraggioso, accompagnando per mezzo secolo  il suo personaggio Martina, una donna che negli attimi felici, nei piccoli o gravosi problemi famigliari o nelle ferite della quotidianità, rispecchia la storia di molti. 

[Delle 21 lettere che compongono il racconto, qui se ne pubblicano 10]

20 dicembre 1966
Ciao  mamma. Io sono a scuola.
Martina

cara mamma

19 marzo 1967
Caro papà,
ti voglio tanto bene.
Questo disegno è per te.
Martina

caro papà

20 novembre 1974
Ma chere Julienne,
je m’appelle Martina et  j’ai quatorze ans. A l’ecole on m’a donné ton adresse pour t’ecrire.
J’ etude le francais depuis trois ans.
Mes yeux sont bruns  et mes cheveux  sont long et presque blonde.
J’abite dans une ville au pres de la mere.
J’ai une soeur qui s’appelle Patrizia, plus petite que moi. Elle a dix ans.
J’aime faire du tennis  et jouer au volley.
Je voudrai te connaitre le plus tot possible.
Ecris moi!
Au revoir
Martina

28 dicembre 1978
Caro Andrea,
mi spiace che non ti possano mandare in licenza a Capodanno, avrei voluto iniziare il nuovo anno con te.
So che i tuoi verranno a trovarti ma i miei genitori non mi lasciano partire con loro per venire da te, perché dicono che non vi conoscono ancora.
Spero che questo periodo di lontananza, che mi sembra così lungo, possa passare al più presto.
Mi  manchi e anch’io ti amo, ti amerò per tutta la vita
Martina

12 giugno 1983
Caro Andrea,
ti mando le foto di Federico, ha messo il primo dentino.
Vedi che bello che è? Sorride sempre a tutti ed è un bambino bravissimo. Vorrei tanto che tu fossi qui, lo so che il tuo lavoro ti fa guadagnare bene ma ormai sei via da tre mesi e mi manchi troppo. Sarebbe così bello se tu riuscissi a trovare un impiego vicino a casa! In fondo quando ci siamo sposati me l’avevi promesso che avresti cambiato mestiere per rimanere più vicini.
Ti amo
Martina

29 settembre 1987
Caro Andrea,
oggi, ventinove settembre,  mi son svegliata e… ho pensato a te!
Come stai? Qui tutto bene anche se sono molto stanca, la nostra piccolina non dorme mai e Federico è sempre più geloso. Se tu potessi essere qui con me sono sicura che le cose andrebbero meglio.
Per quel posto di lavoro che era uscito al porto non ti hanno più risposto, ma intanto ho saputo che hanno preso Giorgio, quel tuo compagno di scuola che si è tesserato con il partito due anni fa.
So che a te queste cose non va di farle e ti ammiro per questo ma io non ce la faccio ad andare avanti da sola con i due bambini.  Fra due mesi riprendo il lavoro a tempo pieno, sarà dura. Sembra che i miei alla fine del prossimo anno debbano lasciare l’appartamento che hanno in affitto. Spero tanto di no, perché mio padre ha detto che allora se ne torneranno a vivere a Roma, dato che ha appena  ereditato la casa di suo fratello.
Ti voglio bene
Martina

14  settembre  2001
Caro Andrea,
sono molto preoccupata della situazione che si è creata dopo l’attacco delle Torri gemelle. Vorrei proprio che non viaggiassi più, anche se so che cambiare lavoro dopo i quarant’anni non è facile. Facci avere tue notizie più spesso, per favore,  anche i ragazzi stanno molto  in pensiero.
I miei hanno regalato il computer a Federico e sto cercando di imparare ad usarlo anch’io.
Elena per Natale vorrebbe farsi regalare un cellulare, che ne pensi? Non sarà pericoloso alla sua età?
Ciao
Martina

6  agosto 2002
Caro Andrea,
come stai? Quando sei partito ti ho visto stanco e preoccupato. C’è qualcosa che non va sul lavoro?
Ho una buona notizia da darti, Federico ha superato la selezione ed è stato ammesso alla Facoltà di Ingegneria. Per settembre dovrà trasferirsi a Torino, è impossibile fare avanti e indietro giornalmente. Andrà a stare con due suoi compagni di liceo. Appena torni andiamo a vedere insieme dove si è sistemato, ok?
Ti aspetto
Martina

14  settembre  2009
Andrea,
non rispondi al cellulare, non chiami più, non mandi mail.
Sei impazzito?
È vero quello che mi ha appena detto un tuo collega?
Che ti sei fatto un’altra vita, nel posto dove lavori? Che ti sei messo con una donna di lì?
Ma come hai potuto, come hai potuto farmi questo dopo venticinque anni di matrimonio? Credi che ai ragazzi farà bene sapere che il loro padre quando è via sta con una che ha la loro età?
Se è così, non disturbarti a tornare a casa, ti faccio avere la richiesta di separazione dal mio avvocato, ma visto che non posso dirtelo di persona, voglio almeno scrivertelo: sei un verme, un viscido verme!

28 aprile 2016
Cari ragazzi,
ora che se ne è andata anche  vostra nonna, ora che la mia cara mamma si è spenta serenamente come ha vissuto, mi sento grande e non più figlia. Alle spalle non ho più nessuno.
Per questo ho fatto testamento.  Lo lascio unito insieme a questa lettera e fra poco vi scriverò una mail per dirvi dove verrà custodito.
Federico, lascio la casa a tua sorella, non avertene a male.
A dividerla fra voi rischiereste di doverla vendere, e io vorrei che l’appartamento non finisse in mani estranee alla nostra famiglia. Ci siete nati e cresciuti e io ho amato molto queste mura, la vista aperta e i miei balconi fioriti. Elena è più stanziale di te, saprà curarla e goderne al meglio.
Ti lascio beneficiario di un’assicurazione, è una somma che compensa pienamente il valore dell’immobile. E la collezione di macchine fotografiche è tua.
Cercate di volervi bene, non è ci sia molto altro al mondo di interessante a parte l’amore.
Ciao,
Mamma

2° classificato: LUCIA AMOROSI affronta senza retorica l’insidioso tema dell’emigrazione e dell’integrazione attraverso il racconto epistolare che madre e figlio si scrivono attraverso l’Oceano che separa un’Italia ancora contadina e una giovane America in fase di grande espansione, utilizzando i mezzi espressivi di una lingua che oscilla continuamente tra forme dialettali e un realismo, anche fotografico, che non disdegna un controllato humor.

[Delle 15 lettere che compongono il racconto qui se ne pubblicano 5]

MARINA DI TORRE ROCCO – 29 SETTEMBRE 1919

amorosi 1

Figlio adorato,
tuo pàtri avia paura del treno ma non di treno moriu.
Ricordati che non lo vinse neanche la trincea, ma quella maliditta spagnola che qui fice più morti della guerra.
Sei un ragazzino forte, come lo era tata, lui da lassù ti guarda e ti protegge anima mia.
Che se non moriva tu adesso qua stavi.
O spedito questa lettera agli zii che la potrai lejiri al tuo arrivo. Comportati bene con loro che sono brave persone.
Qui stiamo tutti bene così speriamo di te.
Con padre Luigi abbiamo recitato un rosario pe tia e per i compagni toi, eppure per donna Catarina che si offrì di farti andare con lei, che sinnò tu non partivi piccolo come sei.
Perdonami se scrivo così con ignoranza.
Ti abbracciano to fràti Guido e to soru Adelina eppure nonna Carmela.
Dammi notizie che o còri mi scoppia di pena.
Tua madre.

ELLIS ISLAND – 3 OTTOBRE 1919

amorosi 2
Madre mia sono arrivato.
Che viaggio penoso! I temporali hanno sballottato il bastimento per giorni.
Le cuccette erano nella stiva, dove stavamo tutti ammassati e oltre al puzzo di sudore e panni stesi, ogni tanto arrivava quello del vomito mio e di altri come me. Ho saputo che qualcuno mi ha riso alle spalle chiamandomi femminuccia. Mi l’avia a dicire in faccia il fetente.
Donna Caterina però mi ha confortato. I momenti di pace li ho passati a guardare i delfini, a leggere o a dormire.
Siamo arrivati a New York all’alba, con una fitta nebbia che però non ha coperto la grande statua che ci ha dato il benvenuto. Che emozione, ho pianto dalla gioia!
Ci hanno portato a Ellis Island dove grazie a Dio ho passato la visita medica. Mi hanno fatto tante domande che ho capito a stento, poi hanno scritto di me su un registro, anche dove andavo e quanti soldi tenevo in tasca. Dovrò passare qui la quarantena e poi se Dio vuole mi daranno il visto.
Mi mancate tutti.
Vostro figlio devoto, Domenico.

LITTLE ITALY – 16 NOVEMBRE 1919
Madre mia bella,
se Napoli mi sembrava grande è perché non avevo visto l’America.
Qui le strade che sono una cammurrìa di rumori e colori. Ci sono tram, carrozze, macchine che sputano nuvole nere da togliere il fiato, ‘na carca i genti di tutte le razze, più di quelle che ho visto in quarantena.
Da lontano si vedono anche i grattacieli.
L’osteria si trova in un tenement altro sei piani, pieno di panni stesi, a Mulberry Street. Io dormo nel retrobottega dove c’è pure la cucina, gli zii al piano di sopra i due figlioli nel sottoscala.
Zia Tina è una cuoca brava e pulita, qui è famosa la sua pasta con le melanzane. Però la tua è più buona.
Siccome sono dimagrito assai mi hanno messo all’ingrasso come un maialetto, ‘che sacco vuoto non sta in piedi. Dicono che sono un’anima lunga e assomiglio assai al povero tata. Da lunedì inizierò a faticare intanto aiuto in bottega e la sera vado a scuola di americano.
Vi salutano tutti con tanti baci.
Mi mancate assai.
Vostro figlio Domenico.

MARINA DI TORRE ROCCO – 10 DICEMBRE 1919

amorosi 3
Mimmu mio bello, anima mia,
tu di forza ne teni da vendere.
La littera tua, tanto desiderata, mi fice chiangeri assai. Prego la madonna ogni jorno perché tu trovi un lavoro che ti faccia guadagnari così da tornari presto a casa.
Tu scrivi sempre, cori adorato, che poi la sira le lettere toie le rileggiamo e sembra che tu stai qua.
La raccolta delle allive fu bbona e non ci mancherà olio per l’inverno.
Purtroppo tua sora Adelina caddi da una pianta e si ruppìu il braccio mancino. Con il cugino Turi siamo andati all’ospidale di Reggio dove dovetti pagari il medico. Preghiamo tutti che non arrimanga con il braccio offeso.
Noi teniamo ancora qualche risparmio e anche se Adelina non mi poti aiutare io continuo a tessere le pezze di lino per la sartoria.
Ricevi la mia santa benedizione per i sacrifici toi e per il Santo Natale che passeremo lontani.
Ti salutano Adelina, Guido eppure nonna Carmela.Dicci agli zii Paolo e Tina che li mando tante benedizioni per quello chi stanno ficenno.
Tua madre.

LITTLE ITALY – 30 DICEMBRE 1919

amorosi 4
Madre mia,
finalmente riuscii a spedirvi 10 dollari con il banco nazionale, arrisparmiavo a metterli in questa lettera ma dicono che poi le buste le aprono e se li arrubbano. Io per guadagnarli fatico puro la domenica.
Detti 5 dollari agli zii e pagai pure la scuola di inglese che qui tutti ti fregano se non li capisci.
Non è facile essere italiano del sud, gli americani mi guardano come un animalazzo.
Loro dicono che gli italiani sono scuri, sporchi e ignoranti. Anche se io sugnu roscio e coll’occhi virdi.
Poi ho comprato un cappotto che qui faci friddu. Verrà la neve, io l’aju vista una volta sola.
Abbracciate Adelina spero che guarisca presto così torna ad aiutarvi. Fatemi sapere di mio fratello Guido che quello è sempre stato una testa matta e sono preoccupato perché voi siete troppo buona con lui.
Datemi notizie anche dei miei amici e della famiglia tutta. La lontanaza è davvero brutta. Avi ragione la nonna quannu dici che u beni si ciàngi quandu si perdi.
Il Natale è stato triste.
Mimmo vostro.

3° classificato: VINCENZO ATTOLICO, per aver colto nella forma epistolare la possibilità di raccontare con sensibilità e fine divertimento l’incontro di due anime solitarie, divise dall’immenso spazio delle distanze americane. Uno spazio che poco a poco si colma proprio con “la magia della carta bianca” che si riempie di parole e dei reciproci racconti dei due protagonisti.

[Delle 27 lettere che compongono il racconto qui se ne pubblicano 7, riunendone alcune per continuità di racconto]

07/07/2016
Cara L.,
l’unico modo che ho per raccontarti di me è sotto forma di lettera, il perché te lo spiegherò dopo e ci riderai su. Non sono uno di quelli che amano scrivere, ma ad oggi non ho ne un tuo numero, né una tua mail.
Mi hai colpito e non è cosa da poco, non accadeva da tempo. Un incontro fortuito il nostro, poco originale ma non importa, non starò qui a perdere tempo prezioso a ricordare qualcosa che già sai.
Vivo nel Wisconsin, nella contea di Kewaunee, in un piccolo paesino dal nome ripreso da un medicinale per la pressione, Algoma. Ho una piccola casa in mattoni rossi sulla via principale e anche un barbecue. Chissà che non si riesca a farne uno insieme, non ho mai affumicato una fetta di carne, giuro!
Tuo
A.
Ps. Ho inviato questa lettera a 57 L. S. risultanti nella zona in cui mi hai detto di abitare. Ecco, adesso puoi ridere.

12/07/2016
Caro A.
Muoio dal ridere al solo pensiero. Povera la mia anziana nonna, che fra tutte le bollette da pagare si ritroverà la tua lettera fra le mani e le verrà un colpo, poi dopo le servirà l’algoma per la pressione, scusami la battuta. Che ridere!!
Ritornare seri con te è una parola, ma ci proverò. In primis ti ringrazio per aver ritrovato il mio trolley e per il caffè che abbiamo preso al volo. Te ne devo uno, se non sbaglio ristretto e zuccherato con granella di nocciole.
Ma veniamo a me, così avrai qualcosa su cui fantasticare. Abito a New York, ma questo lo sai già, in un piccolo quartiere di Little Italy. Ahimè, non sono tipa da villetta, abito in un palazzone in Mulberry Street ma non disdegno una passeggiata a milioni di km di distanza per un barbecue, né varrà la pena?
Adesso però devo lasciarti, ahimè, altrimenti il mio Bull si incavola e dopo devo dare anche a lui l’algoma.
Saluti affettuosi, ti allego una foto dell’unico uomo della mia vita.
Tua
L.

31/07/2016
Caro A.,
leggerti è un piacere. Scommetto che ad Algoma il postino gira in bicicletta fischiettando con un sacco di iuta sulle spalle. Devo ammettere che ormai ne avevo perso le speranze, poi un mattino, invece, è arrivata la tua risposta e come al solito non ho smesso di ridere un secondo.
Sei un birbante, di quelli bravi però, ricordo con piacere la mia sinuosa caduta (l’avevo rimossa!!) mentre, imbarazzata, recuperavo il trolley dalle tue mani pulite e setose, suoni per caso il piano?
Prima il barbecue, poi la corsa coi sacchi, questa Algoma è piena di sorprese!
Io rilancio, e se ti dicessi che ho appena sfornato dei buonissimi cornetti al miele, li assaggeresti?. Ho anche dell’ottimo latte di kefir, ne verrebbe fuori una buonissima colazione newyorkese.
Bull ha appena distrutto un vaso e adesso fa il faccino triste, cerca comprensione. Vado a pulire i cocci sul pavimento, prima che si faccia male.
Salutami tanto Zibibbo,
Tua
L.

03/08/2016
Cara L.,
sono sudato. Ho appena finito di correre la mini maratona d’agosto che si tiene ogni anno qui ad Algoma, sono arrivato terzo. Lì a Mulberry Street esiste qualcosa del genere?
Oggi avrei proprio voglia di quei cornetti al miele, chissà che buon profumo e chissà che bontà. Scommetto il mio barbecue che l’impasto è una ricetta della nonna super segretissima di quelle nascoste nei libroni in cucina, fra cappa, mensole e piantine.
Comunque, suonavo, poi ho smesso, dopo un periodo di quelli che “te lo racconterò quando avremo tempo”, te ne sei accorta subito e sì, il postino gira con una vecchia bici arrugginita e la cosa bella è che fischietta davvero e in più di primo mattino lancia anche il giornale e più volte mi ha preso dritto in faccia.
Che botta!
Bull è un grande, già lo stimo, ti avrà fatto gli occhioni enormi e si vede che te hai un cuore d’oro, l’avrai subito perdonato perché nonostante tutto è l’unico uomo della tua vita.
Ti saluta Zibibbo,
Tuo
A.

20/08/2016
Carissima L.,
tiro un sospiro di sollievo. Zibibbo e io eravamo in pensiero per il tuo Bull, siano maledetti coloro che hanno fatto questa cosa aberrante.
Torniamo a noi, ti devo una storia, la mia. Il mistero del pianoforte, intitoliamolo così. C’era una volta un ragazzo con i capelli mossi e gli occhi chiari, smilzo e introverso, che amava passare le sue giornate ascoltando un uomo, suo padre, che suonava il piano. Egli era un esempio, un uomo integerrimo, intelligente e pieno di valori e io ne ero affascinato. Avevo amato grazie a lui il piano, così ogni giorno con lui imparavo le note, imbarazzato, con mani pesanti e, cara L., né uscivano fuori dei suoni tipo “sbleng”, “sbim”, “sbong”, e mio padre rideva, quanto rideva e mia madre, una donna d’altri tempi, ci osservava dal cucinino, orgogliosa di noi. Allora mio padre, forse aveva visto del talento in quei suoni cacofonici e poco melodiosi e senza dirmi nulla aveva portato a casa un uomo, Alfonse, un francese che viveva nella nostra Algoma.
Era un insegnante di piano, che ogni giorno, con i suoi mille spartiti fra le mani (era buffissimo!), sorrideva a ogni mio miglioramento, seppur minimo, e mio padre ne era entusiasta. Col tempo Alfonse e io diventammo inseparabili amici, mi insegnò tutto quello che c’era da sapere sul piano, su come leggere gli spartiti e come fare musica. Suonai prima nella contea di Algoma e poi, iniziai a girare, con al seguito mio padre e Alfonse, tutti gli Stati Uniti del nord.
Divenni bravo, a tal punto che mi chiesero di suonare a Mosca, al teatro Bol’šoj. Ero emozionato, incredulo, il teatro vantava più di duemila posti e quella notte vi fu il pienone. Io fui colui che aprí il concerto, nessuno aveva mai udito quella musica prima d’ora, l’avevo scritta io da cima a fondo. Seguirono uno scroscio di applausi, poi abbandonai il palco, ero divenuto una stella.
Mi chiamarono al Metropolitan Opera House a New York, da lì volai alla Scala di Milano e ancora a Buenos Aires e infine a Vienna.
Poi qualcosa cambiò, era una domenica , c’era il sole ed ero da poco tornato ad Algoma. Nel mio garage, oggi, ho una moto sotto un telo polveroso. A quel tempo, però, la mia moto era nel vialetto come suo solito. Decisi di farci un giro, non sono mai stato uno di quelli che corre, cara L., e nemmeno quel giorno correvo, ma qualcosa andò storto, non do la colpa a nessuno, eppure persi l’equilibrio e caddi. Nonostante avessi messo le mani davanti a coprirmi la faccia e la testa, quando mi risvegliai mi diagnosticarono un trauma cranico e dodici micro fratture scomposte alla base del polso.
Da allora non ho più suonato, nonostante avessi provato a rimettermi sul piano, più ero bravo nel suonare e più faceva male. Ho smesso, il piano è sempre qui, la moto è nel garage, ferma da quel giorno. Ormai sono passati dieci anni, sembra ieri.
Ora non suono più, lavoro in un piccolo bistrot a pochi chilometri da casa, quando ci passi?
Sinceramente tuo,
A.

1/09/2016
Carissimo A.,
ti sento vicino. Questo nostro interscambio lo trovo adorabile e ancor di più trovo semplicemente magico il modo in cui ti racconti, mi racconto, ci raccontiamo.
Mille brividi nel leggerti, nel conoscere un pezzo della tua vita e con esso il segreto del pianoforte. Immaginavo che ci fosse sì una storia, ma non così forte, credevo l’avessi semplicemente lasciato andare, come a volte capita nella vita su alcune cose, tipo io che la chitarra l’ho comprata, c’ho suonato due volte e adesso è nell’armadio a prendere polvere.
Bull è tornato a correre, ma stavolta lo tengo d’occhio. Si è ripreso in fretta, il buon Zibibbo come sta? Di certo spaparanzato sulla terrazza al sole!
Anche io ho un segreto che m’accompagna da cinque anni. Scrivo, forse avrai letto di Lucinda Reinolds, sí, proprio lei, la tipa che scrive i romanzi erotici, che è stata una delle prime a raccontarsi intimamente e che è prima nelle classifiche di mezzo mondo. Beh, Lucinda sono io, o almeno è il mio pseudonimo.
C’è un foglio in più nella busta,
L.

05/10/2016
Dolcissima L.,
la mia amata Algoma colpisce tutti e forse è colpa mia. Che ci metta troppa enfasi nel raccontarla?
I viottoli sono puliti, la gente è cordiale, abbiamo anche una piccola chiesetta al centro della città, tutte le domeniche io e Zibibbo andiamo a confessarci lí, e poi ci sono tante aree verdi per il tuo Bull, il bistrot dove lavoro e tanti piccoli ristorantini.
Sono certo che ti resterà impressa nel cuore e negli occhi, perché Algoma ti prende per mano, ecco. Algoma mi ha fatto tornare, forse era gelosa del fatto che l’avessi messa da parte, è una donna possessiva e innamorata.
Coelho è un brav’uomo, saprà farti compagnia durante il viaggio. Io però sono fedele a Falcones, conosci la cattedrale del mare? In poche parole parla del rapporto che esiste fra padre e figlio, sullo sfondo c’è la nascita di un’enorme cattedrale dedicata alla Madonna del Mare.
Ci vediamo alla stazione, indosserò il mio sorriso migliore è sarò lì con Zibibbo, salutami Bull.
Tuo affezionato, A.

 

PREMIO SPECIALE
Umorismo

 

Come Pirandello, pensiamo che l’umorismo nasca da quello che il grande scrittore e drammaturgo siciliano definiva “il sentimento del contrario”. L’umorismo infatti non tende a conciliare i contrasti, crea anzi il proprio procedimento sulla disarmonia e sulla separazione, sull’antinomia. Kierkegaard sosteneva che l’umorismo non affonda le sue radici nella comicità, bensì nella sofferenza, considerandola come una dimensione sostanziale dell’esistenza; sofferenza alla quale l’umorista fa seguire lo “scherzo”: infatti, concludeva, quando “l’umorista parla si ride e insieme si piange”. Proprio per questo significativo duplice sentimento generato dalla lettura di alcuni testi epistolari giunti al concorso di microletteratura, Il Premio Antonio Fogazzaro ha ritenuto opportuno assegnare un premio speciale a tre autori che hanno saputo distinguersi per la propria vena umoristica dimostrando intelligenza, qualità letteraria e la capacità di strappare un sorriso intelligente al lettore. Per questi motivi, il Premio Speciale Umorismo viene assegnato a:

 1° classificato: LUIGI SIVIERO

Cara Alice,
quando ti sono passato davanti mentre leggevi un libro seduta sul prato volevo catturare la tua attenzione. La mia intenzione era incuriosirti e spingerti a inseguirmi in un buco nel terreno che è l’ingresso al Paese delle Meraviglie. Ti assicuro che ti saresti divertita in quel mondo magico!
E allora perché mi hai preso per le zampe e mi hai messo in pentola?
Mi auguro che questa lettera inviata dall’Aldilà dei Conigli ti faccia venire i rimorsi!
Bianconiglio (in salmì)

Firenze, 27 aprile 1910

Alla cortese attenzione del Barone Paolo Ajroldi di Robbiate
Casa di produzione cinematografica Milano Films
Pregiatissimo Barone Paolo Ajroldi di Robbiate,
è con grande stima nei Suoi confronti e ammirazione per il lavoro pionieristico svolto dalla Sua casa di produzione cinematografica che mi presento a Lei per il tramite di questa lettera. Sono lo chef Pellegrino Artusi, autore del celebre libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene.
Ho il piacere di scriverLe perché desidero sottoporre alla Sua casa di produzione un’idea che reputo innovativa. Quello a cui penso è un serraglio di cuochi dilettanti provenienti da tutte le regioni del Regno d’Italia per sfidarsi a colpi di ricette tipiche. In qualità di chef rispettato in terre transalpine e financo oltreoceano, io sarei il giudice dei talentuosi giovini. Un cineoperatore filmerebbe le tenzoni culinarie che sarebbero poi proiettate ogni settimana nei cinematografi.
Immagini quella parte raffinata della società italiana che ama il buon cibo e i duelli leali entusiasmarsi per il… MagisterChef!
Grato per l’attenzione concessami porgo i miei più cordiali saluti
Pellegrino Artusi

Gentile Signor Maometto,
la contatto per proporle una meravigliosa vacanza in montagna! Il pacchetto che le offro comprende un soggiorno di tre settimane nell’hotel Sura, un lussuosissimo luogo di villeggiatura situato a 1.700 metri di altitudine al centro di una vallata alpina avvolta in prati verdi e fioriti. Il nostro hotel a cinque stelle è dotato di ogni comodità, oltre alla possibilità di sottoporsi a un ciclo di cure termali. Dall’hotel Sura è possibile raggiungere i sentieri che conducono a tutte le vette della zona oppure ritornare in poco tempo nei paesi di fondo valle dove passeggiare, bere un aperitivo e conversare amabilmente con la gente del luogo.
Approfitti di questa offerta e faccia una vacanza da sogno! Non aspetti che venga la montagna da lei: ci raggiunga al più presto!
Cordialmente,
La Montagna

All’oppressore del popolo George Banks.
È stato giudicato colpevole di avere messo il capitale della sua banca al servizio della plutocrazia capitalista che sfrutta i lavoratori inglesi.
Per questo motivo i suoi figli Jane e Michael sono stati rapiti dalla Brigata Mary Poppins.
Ha un solo modo di rivederli vivi. Nelle prossime settimane dovrà svolgere una serie di operazioni finanziarie che avranno lo scopo di destabilizzare il mercato azionario del Regno Unito. Quando sarà giunto il momento riceverà delle istruzioni che dovrà seguire alla lettera.
Si scordi di chiamare la polizia e si attenga ai nostri ordini altrimenti i suoi figli faranno una brutta fine. Per farle capire che non scherziamo le abbiamo spedito una scatola con un orecchio di ciascun bambino.
Firmato:
Brigata Mary Poppins per l’Instaurazione del Comunismo in Albione

 

 

Secondo classificato: LODOVICO FERRARI

Lettera al demente (Futurismo a rovescio)
O guidator veloce,
che m’hai sorpassato stamani alla rotonda,
rischiando di far terminare ambedue fuori strada.
Di marinettiano ardore ti ho visto intriso.
Tu, ch’affermi che un automobile ruggente, sembra correre sulla mitraglia, più bella della Vittoria di Samotracia.
Spero che la nera mietitrice voglia accogliere te e la tua Audi, al più presto, nel regno delle tenebre,
così da evitare che quella guida, che tu nel tuo cranio decerebrato immagini sportiva,
non sia di danno a qualcuno che, come me, usa la strada
non per dimostrare la propria testosteronica attitudine a pigiare sull’acceleratore,
e ad esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile,
il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.
Ma per spostarsi da un luogo all’altro.
Possibilmente vivo.

LOVE LETTER AI TEMPI DI GOOGLE TRANSLATOR

Dear Giorgio
I can’t bare the emptiness that comes from missing you.
I remember the moment I kissed your tender lips.
How truly blessed I am to have you walk the roads of life with me!
Our promises is meant to be for as long as we believe in the power of love.
Now, tell me Darling how can I not love you this much.
You mean music to my ears, concern to my heart and add value to my life.
Your April.

Caro Giorgio
Non riesco a nudo il vuoto che viene da voi manca.
Ricordo il momento in cui ho baciato le tue labbra di gara.
Come veramente benedetti sono di avere si cammina per le strade della vita con me!
Le nostre promesse sono destinate ad essere per tutto il tempo come noi crediamo nel potere dell’amore.
Ora, Dimmi cara Come non ti amo così tanto.
Vuoi dire che la musica per le mie orecchie , la preoccupazione per il mio cuore e aggiungere valore alla mia vita.
Il tuo aprile.

Cari confratelli.
Come ben sapete, l’obiettivo sociale della nostra associazione, dal 1815, è promuovere la cultura della Patata, studiarne le varietà e tramandarne le migliori e più segrete ricette.
Purtroppo, da qualche anno in qua, il nome del nostro prezioso tubero viene utilizzato anche per indicare una parte del corpo femminile.
Tale uso è avvalorato anche dai dizionari, ad esempio il Garzanti ne indica un uso famigliare per “vulva”.
Per questo motivo la nostra confraternita è divenuta oggetto di scherno e ironia, basti leggere i commenti che si trovano sul nostro forum che alludono pesantemente alla suddetta parte del corpo.
Appare persino grottesco, letto in quest’ottica, il nostro motto “In Patata felicitas”.
Abbiamo, per ovvi motivi, anche dovuto annullare il previsto gemellaggio con la confraternita del cotechino.
Vista l’irreversibilità e l’insostenibilità della situazione, il Consiglio dei Cavalieri della Patata, da me presieduto, ha deliberato, con infinita mestizia, lo scioglimento della confraternita che avverrà in data trentuno dicembre.
Il Gran Maestro dell’ordine della Patata.

 

3° classificato: SAMUELE FABBRIZZI

Gentile direttore dell’Olimpus,
mi ha spedito qui come inserviente, ma i pazienti di cui devo prendermi cura sono tanto geniali quanto folli, e lei pretende ch’io li tenga a bada con alcool e macchine da scrivere.
Come se il mio cervello funzionasse nel verso giusto…
Il signor Howard continua a puntarsi contro un fucile giocattolo, farneticando qualcosa su un lume che spira. Piange sua madre, e le assicuro che tenerlo a bada non è facile, considerata la stazza.
Hemingway mi crede un agente FBI sotto copertura e minaccia di prendermi a pugni.
Oggi però sembra più tranquillo.
«Gli scrittori si forgiano nell’ingiustizia come si forgiano le spade» ha detto.
La signora Woolf raccoglie sassi in giardino, e il signor London si lamenta degli acciacchi, piagnucolando che la giusta funzione di un uomo è vivere, non resistere.
Non credo di essere all’altezza del compito, direttore.
Confidando nel suo aiuto,
cordiali saluti
S.F

Gentile S.F,
la smetta di ritenersi un inserviente.
La invito a tenersi lontano dalle corde e a usare la macchina da scrivere come gli altri.
Con affetto
C.B

Esistono i supereroi.
O meglio, esistono persone normali con dei super poteri.
Scommettiamo, per esempio, che non vi siete accorti di me?
Eppure mi siete passati accanto.
Non ho una calzamaglia sgargiante né un ampio mantello. Il mio viso è una maschera di rughe e sporcizia. Gli stracci che indosso puzzano come la coperta nella quale dormo, ogni notte, per proteggermi dal freddo.
D’altronde l’ho trovata in un cassonetto.
Mi presento, sono l’Uomo Invisibile e vivo per strada.
Fino a tre anni fa ero una persona normale, come voi, poi sono stato punto dalla miseria, esposto ai raggi della sfortuna, e ho finito col perdere tutto.
Compreso me stesso.
Non gireranno film sul sottoscritto né disegneranno fumetti.
Perché parlare di qualcuno che non esiste?
Credetemi, l’invisibilità non è un dono che vorreste ricevere.
Respiro smog e indifferenza, mentre vi agito il berretto davanti, con del pessimo vino a corrermi nelle vene.
Serve l’ubriachezza per sopportare l’umiliazione.
Tutto ciò che tocco diventa trasparente, compreso questo foglio.
Vi danzerà accanto, ma non ve ne accorgerete.
Sono l’Uomo Invisibile.
«Qualche spicciolo, per favore».

 

 

PREMIO
Mi piace

La giuria popolare della pagina di Facebook ha assegnato la vittoria ai seguenti componimenti:

1°       Caro Peppino di Renato Miritello (alias Rene’ Miri) (350 “Mi piace”)

       Cara Vanda di Raffaella D’Ercole (302 “Mi piace”)

       Cara Felicità di Lorenzo K. Console (220 “Mi piace”)

 

 

Proponiamo in queste pagine alcuni loro scritti.

 

RENE’ MIRI

CARO PEPPINO
Ti epistolo questa lettera quantunque abbia già apparecchi di telefono a disposizione nella nostra bella casa di Boston qui’ in America.
Tua cugina Carmela jr cresce ed e’ abbastanza incinta di Frenk il policeman che anche tu conoscesti al telefono due anni fa quando avevamo il telefono solo in cucina e non si sentiva niente del casino che combinavano le tue cugine e mia mamma, buonanima, che ora giace nel piccolo cimitero sopra la chiesa della madonna alla quale era devotissima con tutti noi.
Che ne pensi se ci mettiamo accordiamo per vederci su questi cacchio di compiuter il 24 giugno che faccio il compleanno??? Diciamolo ai nostri nipotini che ci collegano, così ci facciamo una rimpatriata.
Grazie per le melanzane sott’olio che mi hai mandato. Per passare alla dogana ho dovuto pagare 350 dollari, ma fa niente. Che se li mangiassero di medicine!
Ora ti lascio, devo cucinare per i ragazzi chese non trovano il pollo ben cotto sono fuck a decine…
Scrivimi ancora , non tra altri dieci anni!
Tuo cugino Sam Calandra Cicero

CARA MAMMA,
Ti scrivo due righe per salutarti, certo che se un giorno riuscissimo a tornare indietro nel tempo o a mistificare la realtà rendendola fantastica sorrideresti leggendo la presente. Di certo diresti: “Sei sempre il solito! ”

GENTILE CLIENTE
Le comunichiamo che a partire da oggi le viene revocato il loculo che aveva opzionato dieci anni fa.
Nel caso in cui dovesse morire ci chiami con almeno 15 giorni  d’anticipo, al fine di poterle dare il giusto servizio.
Il direttore del cimitero

 

 

RAFFAELLA D’ERCOLE

Cara Vanda,
un tempo ti dissi che eri l’amica di cui avrei avuto bisogno da bambina e da ragazza, quella che mi avrebbe sempre difeso. Erano i giorni che ci sentivamo tutte le sere perché tu mi insegnavi a pregare e il tuo “buonanotte” era come un caldo pigiama che mi proteggeva dal freddo di un inverno in cui avevo perso la fiducia. Avrei voluto che fossi sempre e solo tu a dare calore, invece all’improvviso una pioggia torrenziale ha travolto la tua vita e mi ritrovo, impreparata, a farti da ombrello, cercando di darti quel conforto che tu amabilmente hai saputo e incredibilmente sai ancora dare a tutti.
Sento su di me il peso di difendere la bellezza della tua anima dall’inevitabile dubbio di essere stata tradita. Come avrebbe potuto quel Dio che ti ha reso tanto speciale? Lo sei ancora, straordinaria anche nel dolore di una perdita così forte.
Ti voglio bene e te ne vorrò sempre, forse tutto questo bene non riuscirà a riaccenderti il vecchio sorriso, ma spero ti faccia sentire meno sola.

Tesoro mio,
microbo dell’universo che ai miei occhi lo rappresenti tutto, tra qualche mese, conseguirai la laurea che, come per tanti tuoi coetanei, non ti darà un lavoro, ma segnerà la fine dei tuoi sogni. È quello che credi, ma non può essere così per te. Ogni sera tuo padre ti addormentava con favole che avevano come protagonista una principessa che vinceva sul male e trionfante andava verso l’amore. Tu sei e devi essere quella principessa: la principessa della tua vita, e la regina della nostra. Ti ammiriamo per come difendi le tue aspirazioni, talvolta la tua sicurezza viene meno, ma è la fragilità dei tuoi giovani anni a vacillare, non tu. Mia piccola Raperonzolo, ti libererai dal maniero di questi brutti tempi, varcherai l’uscio del mondo e coglierai la tua opportunità, cerca però sempre una mano che, unita alla tua, saluterà l’alba di domani e di tutti i giorni futuri. Meravigliosi giorni che stanno lì. Aspettano solo te che li raggiungi, con il mio augurio che non lo farai mai da sola.
La tua mamma

Caro Amore mio,
buon compleanno. Si, sono proprio io. Ti scrivo chiamandoti “amore” e immagino la tua faccia. Conosco bene quella espressione, è la stessa che lessi sul tuo volto quella prima volta che incontrai il tuo sguardo, compiaciuto nel vedermi, ma sconcertato da quelle galosce verdi che indossavo sotto un impeccabile tailleur bleu. Uno scambio di sguardi e ci scegliemmo. Io con l’intenzione di stupirti a vita. E tu? Forse per una sfida: mettermi ai piedi un paio di  mocassini? Non credo, anche perché non ci sei mai riuscito. Oddio, per un poco di tempo, impegnata dalla frenetica attività di mamma, ho indossato pantofole e scarpette da ginnastica, ma, proprio ora, ho ripreso dall’armadio le mie galosce, ancora più verdi della speranza di una vita sorridente, ancora più strambe per sorprenderti sempre. Perché mai potrei rinunciare a quell’aria rassegnata che mostri ad ogni mia stranezza, la stessa con la quale continui a dichiararmi il tuo amore. E allora? Il mio augurio è quello di rimanere sempre così, tu a tollerarmi, io a sconcertarti, noi ad amarci.

 

 

LORENZO K. CONSOLE

Cara Felicità,
Ti scrivo per dirti che ti sto ancora cercando.
Pensavo di averti trovato in quella ragazza, in Chiara. Mi sbagliavo.
E adesso, dopo due settimane che mi ha lasciato, qui da solo in camera sto scrivendo una lettera per chiederti di tornare.
Tornare perché in fondo sei stata con me durante tutta l’infanzia, ma ora, non sento più la tua voce; l’immagine del sorriso è assente da troppo tempo sullo specchio.
Ho chiesto a qualcuno di te, ho chiesto dove fossi andata.
Un clochard mi ha indicato il pentolino d’alluminio dove aspetta di sentire il rumore metallico delle monete.
Una signora anziana mi ha mostrato la foto di lei e suo marito da giovani. Stringeva al petto la cornice mentre raccontava come si fossero conosciuti.
Un musicista mi ha suonato l’Inno alla Gioia al pianoforte. Lacrime colme di gratitudine scivolavano sullo spartito.
Felicità, o mia Cara, poi ho chiesto allo specchio: dove sei, Felicità?
Nei miei occhi ho trovato la risposta. Quindi oggi ti scrivo e ti chiamo, per risvegliarti dall’unico posto dove dormi.
In me.

Cara Terra,
ti scrivo per scusarmi.
Ho graffiato le nuvole con il mio fumo. Ho sparato ad alberi e tagliato con un coltello la corteccia matura di quell’abete. Ho violentato l’oceano con la mia sete di potere.
Ti ho fatto tremare con delle ferite profonde sulla tua pelle. Quell’incubo che hai tutte le notti quando ti viene a salutare la Luna si chiama Ignoranza.
Quando piangi su di me io non comprendo fino in fondo; fino a che non toccherò il fondo del barile e capirò che è la fine.
Tanti parlano di te e molti si preoccupano, altri chiudono gli occhi e vivono nel loro mondo dimenticandosi che non sono i soli ad abitare qui.
Mi scuso e cercherò di fare il mio meglio per volerti bene, perché tu me ne hai voluto quando mi hai messo al mondo.

Caro Silenzio,
ti scrivo per chiederti di sederti qui con me. Tutti parlano, con la voce che si alza sopra i loro volti. Il senso delle parole è perso, i concetti volano nell’etere e nessuno ascolta. Ronzio, esclamazioni che si contorcono tra di loro e sviluppano provocazione per chi hanno davanti.
In giacca e cravatta il loro valore è nascosto sei strati di pelle sotto, e questi signori che fanno della nostra voce le loro idee sono distratti dalla poltrona, malinterpretando il significato di tutto.
Sono politicamente scorretto?
Silenzio, posati sulla camera e falli smettere di parlare per lasciare che cominci a parlare il loro cuore.
Se sentiamo il battito dell’esistenza, comprenderemo il ritmo della vita di tutti i giorni.

 

SELEZIONE

Come da bando ecco alcuni contributi non premiati ma che meritano la pubblicazione.

 

Ciao amore
Apro gli occhi e la luce bianca e improvvisa dell’alba mi giunge diritta al cuore,
mi  sembra di avvertirne il profumo
e in me si sprigionano emozioni forti, mentre il colore  del giorno si tinge di luci nuove. Ricordo albe livide e fredde, gelide e scontrose, quando da un letto di ospedale , immobile tra lenzuola nemiche, osservavo tra le lacrime il mondo che si svegliava e prendeva colore,
mentre li’ dentro la vita aveva il sapore acre e inospitale di corsie d’ospedale   e il giorno poi illuminava il dolore e il pianto.
Mi sento fortunata ora di osservare da fuori cieli che mutano di colore con
creste di nubi tinte a festa e
uccelli che salutano prima del riposo notturno.
Silenzi che arrivano improvvisi dopo un meriggio di rumori vivi
e dolori che sopiscono e si librano in sogni
tra lenzuola pulite e calde.
Avremo albe e tramonti da osservare, e insieme tenendoci per mano affronteremo la notte.
Ciao amore è  bello vedere l’alba con te.
Lucia
Lucia Agonigi

Lettera a me stesso
Pregi e difetti
Non starebbe a me dire che sono bello e impossibile e neanche che mi selfo almeno dieci volte al giorno.
Neppure dovrei dire che indosso camicie di seta e che ho un centinaio di cravatte. Non dovrei dire che ho un fisico scultoreo, che faccio palestra tutti i giorni, che ho un mare di riccioli neri e occhi grigi come lamine di ghiaccio. Certo, queste sono le mie uniche sicurezze, ma mi faranno andar lontano. Per il momento cerco una ragazza con cui passare il tempo. Perché mi mollano al massimo dopo tre giorni?
Narciso.
Patrizia Benetti

LA SOTTILE IMPERFEZIONE
Carissimo,
in questi mesi ho pensato spesso a te. E a furia di pensarti mi sono resa conto che non mi sono comportata bene con te e che avrei dovuto essere più attenta. So di averti coinvolto nei miei problemi più di quanto mi era concesso e di averti forse fatto del male. Ma per ogni ferita che posso averti causato, ne ho inferta una più profonda a me stessa. Sapere che tu provi rancore nei miei confronti mi farebbe sanguinare il cuore. Non sono capace di ritirarmi in un guscio e aspettare che passi, come fai tu; ammiro questa tua grande capacità. Può darsi che questo mi abbia dato la giustificazione per coinvolgerti nei miei disastri più di quanto mi era consentito. Penserai che sia un modo egoistico di pensare, ma per me ora è quasi una scelta obbligata.
Il pianoforte è in una grande stanza: la luce filtra da una lunga vetrata; ricorda l’aula di Algebra, ma con molto più raccoglimento interiore, anche se manca una cosa essenziale… te, caro mio! A furia di suonare tutti i giorni gli Studi Sinfonici sto riconquistando agilità nelle dita e per fare giustizia al nostro amico Robert Schumann di agilità nelle dita ce ne vuole parecchia, come ben sai.
Poi c’è un medico in gamba, lui dice che non siamo qui per curare una malattia ma per accettare la nostra imperfezione. Ed è proprio questo che con la mia testa dura non sono mai riuscita a comprendere: come ciascuno ha un proprio modo di camminare, di parlare, di guardare, così ciascuno ha anche una maniera personale di essere imperfetto. La ricerca dell’imperfezione: è quasi sconcertante pensarci!
Anne
Paolo Borsoni

NON TI NASCONDERE
Cara “Me stessa”,
mi guardo e mi riguardo nello specchio e vedo solo me… ma so che tu mi sei dentro, nascosta in fondo… nello specchio spietato si riflette solo la realtà: è fatta di nuovi capelli bianchi, di rughe disegnate dal tempo, di occhi azzurri inquieti come oceani. Tu ti nascondi così bene che a volte  temo di non trovarti più… tanto che ho avuto la percezione  di essermi riconquista, liberata di te, finalmente sola, unica e reale, come una foto in bianco e nero che  non si presta a sfumature mentre invece ne sono l’essenza. Infatti,  basta un battito di cuore e tu riemergi, mi ubriachi delle tue incertezze, dei tuoi sentimenti,  delle tue emozioni, delle tue  inconfessabili passioni e realizzo che senza te io non mi trovo più neanche nello specchio. Ho bisogno di te per esistere…Non ti nascondere.
Claudia.
Claudia Buratti

 Mamma,
quante volte ti ho perso!
Mi deposero sul tuo candido grembo di diciottenne. Eri poco più di una bambina ma con la determinazione di una donna matura reagisti alla paura di non farcela. Mi volevi, mi hai avuta.
Sì, ci sei stata. Ricordo, però, che a tratti, per me era come se non ci fossi: ti vedevo ma non ti sentivo, e non perché io non potessi udire.
A sei anni, portavo a scuola le foto che mostravo orgogliosa alla maestra e ai compagni – Vedete questa ragazza? È mia madre! – esclamavo con un sorriso speciale.
Eri uno schianto!
Mi piaceva osservarti mentre ti preparavi per uscire: seduta davanti allo specchio, cotonavi i capelli ramati e con un pennellino coloravi di nero le ciglia. Lo smalto, rosso fuoco, era un rito per le feste.
Un giorno dovesti allontanarti, a causa del lavoro, mi dissero. Soffrii il distacco, fu il primo.
Ti aspettavo, tutti i giorni. Di tuo, ricevetti cartoline da collezionare, scrivevi: ci vedremo presto, baci, mamma.Quante volte ti ho perso, mamma, e quante ritrovato?
Tua Stellina
Stefania Fiorin

 

Carissimo Professore,
le  scrivo mentre vado a Bari, in autobus ,  seduta, come sempre, sul lato destro, vicino al finestrino. Starà sorridendo, lo so, ma la macchina proprio non fa per me! Mi sorprende  come  lei abbia voluto trovare  la forza e il tempo di scrivermi parole di incoraggiamento mentre combatte con il suo male senza paura e per cui mi ha scritto: “Quel Giardino del Paradiso! Con quanta forza desidero arrivarci! Se anche fosse soltanto un campo di mandorli, di peschi, di ciliegi fioriti, che meraviglia!”. Nel tratto Gioia-Bari, in una campagna, c’è un albero rovesciato. Ha la chioma a terra e le radici verso il cielo, in obliquo. Chissà quale evento straordinario ha consentito questo rovesciamento o se è solo il risultato di uno sradicamento voluto da qualche contadino, ma adesso è lì, con le radici rivolte verso il cielo, a lasciarsi nutrire dal vento e dal sole. Quest’albero mi  ha fatto pensare a lei, alla sua fede profondissima a cui oggi io ho tanto bisogno di attingere.
Grazie Prof! La sua lettera profumava di Eternità.
Gabriella
Gabriella Grande

Roma, 12.03.2016
Caro,
Ti scrivo mentre do forma e territorio a queste pagine bianche, rendendomi conto della solitudine straziante che mi assale. Ti sei accorto della mia assenza? Ma che senso ha, d’altronde, quando tutto ciò che è rimasto è un pensiero intrappolato nella memoria del passato.
E’ arrivata la primavera, la vedi? Nei ciliegi in fiore, nelle nuvole opache all’orizzonte, nel sole mattutino che dà il benvenuto alla vita, nel crepuscolo ombreggiante di una sera un po’ timida. E’ nelle vene, la sento arrivare! Nascosta nel riflesso dei miei occhiali di una luce ancora debole per essere reale, nella miopia dei miei occhi che non si arrendono a cercarti tra le spighe di grano.
Il ricordo pervade portato dalla tramontana ed entra senza bussare alla porta dei miei ideali; ora inesistenti, ma prima reali, disintegrati da ogni possibilità. Annientati, qui giacenti accanto al tuo corpo inerme. Svegliati! Ti scrivo per ricordarti quando, oramai cinque anni fa, mi dedicasti quella nostra canzone ed io, trasportata dalla melodia, abbandonai le mie guance sul tuo petto.
Ora tutto tace.
Ludovica Iorio

Caro specchio,
ti guardo da tanti anni, sempre appeso allo stesso muro.
Ti ho guardato in punta dei piedi con lo sguardo di una bambina che giocava a tirarsi le orecchie, a fare linguacce e a storcere gli occhi. Ti ho guardato mentre, più alta, giocavo a fare l’adulta, con un velo di trucco, i capelli raccolti e le scarpe con il tacco troppo grandi di mia madre. Ti ho guardato con l’espressione attenta di una ragazzina che cerca un difetto da nascondere sul volto giovane, ancora acerbo. Ti ho guardato anche quando non volevo, quando il mio riflesso non mi piaceva, quando, appena donna, tutto di me mi sembrava sbagliato. Ti ho odiato. Ti ho concesso solo uno sguardo fugace, un sorriso accennato, per tante mattine, quando il tempo era tiranno. Ti ho guardato con le lacrime a velarmi lo sguardo, con una delusione cocente negli occhi. Ti ho guardato mentre il mio viso cambiava e anche quando riflettevi le mie prime rughe.
Caro specchio, ti ho guardato in molti modi, con molti sguardi.
Sempre appeso allo stesso muro.
Natalia Lenzi

3 agosto
Caro Giorgio,
tu, proprio tu che mi insegni a seguire il cuore, vuoi trovare una ragione in esso quando sai bene che non è possibile? Ho detto una grande sciocchezza quella sera in riva al mare. Non è vero che ti voglio meno bene di quanto me ne vuoi tu, solo che è diverso il modo con il quale te ne voglio. Volersi bene non è quantificabile, non è nel quanto ma nel come. Mi manchi e tuttavia ho un grande bisogno anche di stare con me stessa. Sappi che non è da te che fuggo  ma da quella che ero. Non voglio rinunciare a  quella donna che sto cercando di diventare.
Tu dici che io sfogo le mie frustrazioni per le delusioni avute con altri uomini, punendo te. Credi veramente che io voglia riversare su di te con fredda indifferenza il male che ho ricevuto dalle mie relazioni precedenti?
Prova a vedere la cosa da un altro punto di vista…e se fossi  tu a volerti fare del male innamorandoti di donne che  sai ti deluderanno?
Viviana
10 agosto

Carissima Vivi,
spesso scrivo su pezzi di carta occasionali per riversarvi i pensieri e costruire quel filo conduttore che porta ad una scelta definitiva. Quello che scrivo rimane la mia memoria, così sarà impossibile dimenticare.
La mia pazienza è arrivata a destinazione. Il desiderio di pace si è trasformato nel suo opposto. Quel burattino, oramai armato di collera e orgoglio, taglia quei fili con i quali ti divertivi a giostrare la sua vita.
La mia mano, ora carezza tra le tue gambe a te molto gradita, ora nascondimento del mio imbarazzo, lascerà campo libero alla tua perfidia. Sono impaurito e sfinito dalla tua malvagità. Mi prendo l’ultimo sforzo per risponderti. L’hai fortemente voluto. Amarti non è stato sufficiente, impossibile trasmettere amore a chi amore non conosce. Le ragioni delle tue imperfezioni, sesso compreso, mi aiuteranno a dimenticarti.
Termino qui e confido nella tua capacità di comprensione.
Ritroverò quel Giorgio che tante persone amano, sarò nuovamente io!
Un abbraccio.
G.
Valeria Maffei

UNA STRETTA DI MANO E UN SORRISO
Ciao, mamma.
Oggi mi è tornato alla mente un episodio di me bambino e tu che mi tenevi la mano per strada. Quel mattino ci staccammo pochi attimi e io, distratto da qualcosa, ti persi. Riallungai subito la mano ma senza guardare e afferrai quella di un soldato. Al tatto sentii un contatto diverso e vidi l’uomo che mi guardò sorpreso, seppur conscio della distrazione. Ti cercai smarrito e tu te la ridevi, ricordi? Eri distante pochi passi da me e dall’uomo. Uno strano confronto, tra un’autorità militare e quella del genitore, quest’ultima mitigata dalla dolcezza del viso: ciò che mi resta di te, ora che non ci sei.
Ora che sono genitore, voglio offrire anch’io, ai miei figli, una stretta di mano e un sorriso. Voglio che siano intrisi dell’amore inestimabile che lega un essere umano ai propri figli. Voglio che siano loro di aiuto, restando luminosi nella memoria di ogni giorno, così da fargli strada nella notte buia, quando non mi vedranno più, pur cercandomi ancora. Anche io ti cerco ancora, sai? Quella luce mi è rimasta. Dentro.
Francesco Marcone

Amico caro,
i libri che amiamo ci appartengono… appartengono ad ogni nostro respiro, ad ogni nostra cellula, alle mani tinte d’inchiostro. Ci siamo addormentati tra le loro pagine, abbiamo sognato, con gli occhi lucidi di lacrime ed il cuore delirante. Le parole più belle, evidenziate con il lapis e quella data, scritta sul fondo dell’ultima pagina, mentre fuori pioveva… Ricordi ? Mi stringevi le mani, e sulla finestra un passero scrollava le ali sgualcite. Quella data, scritta in piccolo, sbiadita dal tempo e indefiniti silenzi…E ricordi, ancora, quel lontano giorno di ottobre, quando t’incamminasti, incerto e fiero, con il grembiulino nuovo, il fiocco rilucente, ed il libro di letture nella cartella rossa, talmente prezioso che ogni sera lo stringevi al petto, e lo sfogliavi piano, per non sciuparlo. Le illustrazioni colorate, i versi di Rodari, i giorni da non dimenticare…
Amico caro, un libro richiama la tua attenzione, dallo scaffale, nascosto nell’ombra. Pare conosca già la tua storia, i tuoi silenzi, le tue emozioni, il tuo nome…pare ti chiami ed è li, pronto a regalarti nuovi sorrisi, a rivoluzionarti l’esistenza, a lenire le tue ferite, e, come il tuo migliore amico, ad accompagnarti nella pioggia, a donarti piccoli e grandi sogni, pezzi di cielo inesplorati…
Thea Matera    

LETTERA ALLA FIGLIA
Piccolo, dolce tesoro,
hai soltanto pochi mesi e già ti chiedo perdono, perché per egoismo ti ho fatto nascere, tu non lo avevi chiesto. Sei inconsapevole, non hai colpa, ma io si, non avrei mai dovuto concepirti. Scusami se, pur sapendo ciò che ti aspetta, ti ho messo al mondo.
Il mondo non è un bel posto dove vivere.
A te sembra tutto bello, nuovo. Qualsiasi cosa è da scoprire, stupenda, ma non sarà sempre così. Scoprirai cose e persone che ti faranno del male. Non potrò evitartelo. Ad un certo punto sarai libera e le affronterai da sola.
Quando sarai grande mi farai tante domande e mi chiederai dei consigli. Spero di saper rispondere, le mamme non sono onniscienti. Potrai sempre contare sulla mia presenza, un passo indietro, ma ci sarò, dovrai camminare sulle tue gambe.
Una piccolissima raccomandazione: affronta le situazioni che ti daranno dubbi e incertezze con il cuore, oltre che con la ragione, perché soltanto se tu vivrai la vita amando gli altri, ma soprattutto te stessa, io capirò di averti fatto il dono più bello.
Maria Teresa Mazzone 

 

LETTERE A MIA FIGLIA
Cara G,
anche oggi sei uscita di casa sbattendo la porta, avvolta in quella nuvola di profumo che ami e che io non sopporto. Siamo ufficialmente entrate nella fase critica ed io, sono diventata la tua nemica numero uno; alla tua fanciullesca adorazione nei miei confronti, si è sostituito un profondo astio adolescenziale.
Mi rifugio nella razionalità, ripetendomi che è solo un periodo….passerà!
Ma la realtà è che soffro terribilmente; vorrei poterti parlare con il cuore in mano, raccontarti che ci sono passata prima di te e ridere come due matte dei miei errori, sicuramente uguali ai tuoi.
Ma quando mi trovo di fronte alla tua espressione da “finta donna vissuta” e a quei due occhioni troppo truccati, fatico a ritrovare la mia bambina, quella che mi accarezzava i ricci per addormentarsi, e le parole mi muoiono in gola. Ecco perché ho deciso di scriverti, per raccontarti le prodezze di tua madre adolescente e sorridere insieme a te, attraverso queste mie righe.
Vittoria Nava

5 aprile 2016
Carissimo T,
ti scrivo, non rispondi. Tutto ok? Spero!
Oggi è stato un giorno di felicità nel cuore. Ho parlato con uno scrittore tradotto in tutto il mondo. Un mix di gioia e stupore come alla partenza per una gita.
Mezz’ora di telefonata per un mio scritto. Piaciuto molto, con complimenti! Semplicemente, fantastico!
In ufficio i colleghi mi hanno vista emozionare al cardiopalma.
Credimi, in linea con G mi sembrava di colloquiare con Dio. Fa strano sapere d’essere stati allievi dello stesso maestro.
Tu credi in Dio? Io ho una fede altalenante, talvolta vacillo. Indubbio è un’ancora di salvezza.
Prima o poi dovrò riordinare delle ceste che campeggiano in casa. Tu sei ordinato?
Io non ho animali, sono una fifona. In passato ho avuto due pesci rossi (Aprile e Luglio) e una tartaruga di terra (Gilda). Vorrei averne un’altra. Forse, quest’estate, me la porterà un collega dalla Calabria. Non ci sono mai stata. Dalla Toscana in giù non conosco il Bel Paese. Tu, quanta Italia hai visitato? Hai animali?
Attendo tue notizie, mi mancano.
Ti abbraccio!
M
Marina Paolucci

Stimato Maestro delle Tenebre,
Le sono grato dal profondo del cuore di avermi trasformato, di aver preso il mio sangue e di avermi donato il Suo. La vita eterna è meravigliosa, sin da subito sono stato sopraffatto dalle possibilità che mi si presentavano, dalle opportunità che mi avete donato.
Nonostante questo, ho deciso di togliermi la vita e di andare incontro al Sole. Le lascio questa lettera perché sappia che non ha responsabilità a riguardo, ma è un problema mio e soltanto mio, imputabile alla mia incapacità di affrontare la mia nuova esistenza da vampiro.
In vita la mia grande passione era il cibo, mangiare era tutto per me. Pensavo che sarebbe stato uguale, dopo la trasformazione, ma la mia corpulenza unita alla necessità di cacciare prede umane, intelligenti e agili, mi rende l’esistenza penosa e misera, con pasti tanto radi quanto difficili da ottenere. La vita solitaria nella nostra specie non mi permette neppure di chiedere aiuto.
Non riesco a immaginare l’eternità passata a soffrire una fame che non posso estinguere mai.
Forse un giorno ci rivedremo.
V.
Andrea Partiti

Sai papà
Non passa giorno che non ripensi alla tua ultima telefonata di auguri che mi facesti tredici anni fa:
“Figlia mia, sono passati tanti anni e nella tua vita non hai combinato niente”, furono queste le tue parole!
Avevi ragione, non ho combinato niente.
Anzi, con il passare degli anni quel poco che avevo costruito l’ho distrutto.
E’ vero, io a differenza delle mie sorelle non ho una famiglia unita, non ho una carriera lavorativa, non ho un bel conto in banca, ma  non ho neppure l’ernia iatale da stress, la tachicardia da ansia e vari problemi psicosomatici.
A differenza di loro sorrido ancora guardando un fiore sbucare da sotto la neve, la notte mi piace stare con l’orecchio teso per ascoltare l’ululato del lupo nei boschi, godo del silenzio delle montagne e tutte le notti guardo le stelle perché so che una di quelle sei tu e penso che qualcosa ho combinato! Ho imparato ad apprezzare la vita nei momenti di serenità.
Per questo credo che un pochino tu sia orgoglioso di me!
Tua figlia
Mjriam Valentina Rainò (alias Sakura Hattori)

Mhm diavolo di un uomo, sono appena rientrata e già mi vedo costretta a scriverti perché mi occupi tutta, soffoco nella tua mancanza, boccheggio bramando il tuo respiro. Questo tempo non condiviso con te è stracciato, perso. Mi pensi? Voglio dire, con la stessa intensità con cui ti penso io. Non ha niente di umano questa sofferenza dettata dalla lontananza. Mi dici di pazientare, che proprio non riesci più a tollerare nemmeno il rumore dei suoi passi che ti giungono da altre stanze, eppure non colgo in te quella smania di separartene. Forse dovrei tenere più in considerazione i consigli delle mie amiche quando generalizzando, dicono che gli uomini sono tutti uguali nel lamentarsi delle attuali compagne ma che poi, sul dunque, non riescono a liberarsene.
Ma non può essere il nostro caso, non ci credo. Il cuore non si sbaglia. Ti amo. Giada.
Francesca Rosaria Riso

 

TROPPO GIOVANE
01.04.2016
Caro Nettuno della posta del cuore,
quattordici anni sono davvero pochi per spegnermi e perdere la gioia di vivere. Ho tanti pregi, credo, ma ho poca fiducia in me stessa. I ragazzi non mi filano solo perché sono una ragazza seria, non fumo e non bevo. Indosso abiti sportivi e non provocanti e mi trucco appena.
Tutto questo mi fa paura. Troverò l’amore della mia vita e piacerò a lui solo per quella che sono?
Rispondimi ti prego,
Chiara

Carissima Chiara,
è una gioia sapere che esistono delle belle persone come te. Gli adolescenti oggi giorno parlano sconnessi, fanno discorsi stupidi e molti sono presuntuosi. Tu hai un’anima semplice è questo quello che mi ha colpito immediatamente. Sai, per fortuna, siete ancora in tante ad avere degli ideali e a crescere non come la massa vi vorrebbe. Non sentirti diversa e ringrazia di essere come sei. Presto qualcuno busserà al tuo cuore e tu sarai pronta ad aprirlo.
Con affetto, Nettuno.
Daniela Rossi   

ULTIME LETTERE DI O.P.
Mi chiamo Paco Ortis.
Queste mie lettere rappresentano quel poco che resta della mia esistenza.
Comunque è stata molto breve: sono vissuto nello spazio di 22 anni (1953-1975) e mi sono suicidato con una colt 45.
Non ho (anzi, non avevo) preferenze per un colore: rosso, verde, giallo, per me si equivalgono tutti.
Le lettere recano tutte la data del giorno in cui sono state scritte, leggetele, perché è importante.
Nacqui a Polistena, città della Calabria, ed a soli 13 anni mi trasferii a Roma. E’ appunto da questa data che inizia la trattazione del mio lavoro.
Visto che siamo tra amici, chiamatemi pure confidenzialmente O.P.

12 giugno 1975,Roma.
Senti, smilzo, vedi di far sparire definitivamente tutti gli ultimi carichi di roba (vendila anche sottocosto, specialmente lo stock di dentiere, i materassi della marina militare, le panche di quella chiesa un po’ fuori mano, quei cammelli prelevati allo zoo, e quei pattini da neve di quel re nigeriano). Sono nei guai, guai seri: mi hanno condannato all’ergastolo per quella vecchia faccenda che tu sai, ai lavori forzati per quei due cadaveri, ed all’impiccagione per l’uccisione di quel ministro dal voluminoso portafoglio. Non so quanto potrò resistere, sospetto abbiano ricevuto una soffiata.
P.O.*
P.O. invece di O.P.
Primi sintomi di un contrasto interiore.
Mauro Sighicelli

Torrimpietra, 23 settembre 1943
Cara madre,
quando leggerà queste righe io non farò più parte di questo mondo.
L’Italia è piombata nella totale confusione con l’armistizio del generale, maresciallo d’Italia, senatore e Capo del Governo Pietro Badoglio.
Due soldati tedeschi, accasermati in località Torre di Palidoro, sono morti e mi creda che nessuno è responsabile se non la loro imperizia. Ma il loro comandante farà una rappresaglia poiché io non sono riuscito a trovare i responsabili come mi aveva chiesto.
Hanno preso 22 persone, scelte a caso, per giustiziarle.
Ora mi hanno chiamato, cara madre, e sono sicuro che non vorranno sentire ragioni.
Cosa mai potrò fare per salvare quelle povere persone?
Se non mi ascolteranno mi autoaccuserò di questo presunto attentato e mi addosserò la sola responsabilità dell’accaduto a patto che liberino i rastrellati.
Non piangete la mia morte perché se muoio per altri cento rinasco altre cento volte: Dio è con me ed io non ho paura.
Vi voglio bene e spero che voi sarete orgogliosi di vostro figlio.
Salvo
Luca Trovato

Caro Dott. Piemme,
Sento il bisogno di scriverle per palesarle la mia delusione per il risultato, anzi per il mancato risultato della sua Dieta Piemme. Non mi pronuncio sulla prima parte “mantenimento” in quanto non avendo raggiunto la seconda parte “dimagrimento”, non saprei giudicare, ma ero convinta dopo numerosi altri tentativi fatti per perdere peso, che stavolta fosse la volta buona.
Tutte le sue apparizioni in televisione per farci conoscere il rimedio infallibile per riuscire a dimagrire… ce l’ho messa tutta:
PRANZO: filetto di manzo, caffè
CENA: pesce spada, caffè
PRANZO: pasta olio e peperoncino, caffè
CENA: sogliola, caffè
PRANZO: fiorentina, caffè
CENA: orata, caffè
PRANZO: petto di pollo, caffè
CENA: sogliola, caffè
PRANZO: filetto di vitello, caffè
CENA: branzino, caffè
PRANZO: petto di pollo, caffè
CENA: sogliola, caffè
PRANZO: galletto, caffè
CENA: pesce spada + caffè
PRANZO: filetto di manzo, caffè
CENA: sogliola, caffè
PRANZO: petto di pollo, caffè
CENA: orata, caffè
PRANZO: filetto di manzo, caffè
CENA: sogliola, caffè
Il risultato finale è che sono sempre 70 chilogrammi e sono tanto, ma tanto nervosa! Sarà stato il caffè?
Annamaria Vernuccio